Neue Nationalgalerie di Mies van der Rohe a Berlino

La realizzazione della Neue Nationalgalerie si inserisce nel programma urbanistico di ricostruzione dell’area vicino il grande parco di Tiergarten e Potsdamer Strasse di Berlino Ovest intrapreso nei primi anni Sessanta. I bombardamenti della seconda Guerra Mondiale lasciano in piedi solo la chiesa ottocentesca di San Matteo.  Il  nuovo centro culturale comprende la Filarmonica e la Biblioteca di Sharoun. L’edificio della Neue Nationalgalerie è affidato all’architetto tedesco tra i fondatori del movimento moderno Mies van der Rohe. 

Il maestro autore del celebre assioma Less is more  (il meno è il più) lascia la Germania dopo l’ascesa del nazismo, per trasferirsi negli Stati Uniti. Nel 1938 diviene direttore dell’Armour Istitute of Chicago, poi diventato Illinois Institute of Technology di cui ne progetta la sede nel 1939.  Gli anni Quaranta e Cinquanta vedono la sua completa affermazione internazionale e numerosi incarichi professionali. Negli Stati Uniti Mies realizza grandi opere prettamente concentrate sulle strutture in altezza come il Seagram Building del 1958 o gli 860 Lake Shore Drive Apartaments. L’idea iniziale di Mies per la Neue Nationalgalerie si ricollega al mai realizzato progetto per la Bacardi Rum Company del 1957 a Santiago de Cuba. In questo progetto compare l’idea di una hall a forma quadrata che modula un edificio dalle vetrate perimetrali e un portico su basamento di pietra.

(dettaglio pilastro cruciforme)

La struttura dell’edificio è integralmente metallica, a differenza del precedente progetto della Bacardi Building, pensata in cemento armato. La funzione espositiva della Nueue Nationalgalerie è di duplice natura: sede permanente per le collezioni d’arte del XIX e XX secolo, e luogo per esposizioni temporanee.   Queste due differenti esigenze espositive vengono risolte articolando lo spazio su due livelli: quello superiore, caratterizzato da una sola vetrata, destinato alle esposizioni temporanee, quello inferiore, del museo vero e proprio, tutto interrato ma con un affaccio completamente vetrato sul giardino delle sculture, racchiuso da un alto muro di contenimento.  Le piante dell’edificio sono organizzate secondo un reticolo modulare di 3.60×3.60 m. La componente principale del progetto è il museo propriamente detto e si estende in un piano interrato, alto 4m, costruito in cemento armato. L’edificio emergente dal podio corrisponde alla hall di ingresso ed è la parte fuori terra rappresentata da una sala quadrata di 50.40×50.40m, alta 8.40m, vetrata su tutti i lati e completamente libera al suo interno. I soli elementi che interrompono la continuità spaziale sono due condotti verticali rivestiti in marmo che portano gli impianti tecnici al soffitto, dove gli stessi vengono poi distribuiti orizzontalmente, aggregati in un controsoffitto metallico a maglie quadrate. La grande sala è usata per eventuali esposizioni temporanee. La copertura è costituita da una piastra rigida di 64.80×64.80 m, la prima nella storia delle costruzioni, formata da una griglia ortogonale di travi metalliche a doppia T alte 1.80 m. Otto pilastri, due per lato, in acciaio a sezione cruciforme, leggermente rastremati verso l’alto, sostengono la copertura con un appoggio sferico puntiforme. La copertura non ha asse preferenziale e i pilastri non sono agli angoli per non individuare un volume. Si tratta di un’idea strutturale che rappresenta l’apoteosi della ricerca di Mies nell’ambito delle strutture a grande luce per la creazione di ampi spazi non compartimentati.

Le opere di Mies riducono gli organismi edilizi alle forme più elementari. Per ogni tema l’architetto tedesco stabilisce un “meno” di organizzazione spaziale da cui ricava un “più” di controllo della forma  e della distribuzione.   Carlos Martí interpreta la Nueue National Galerie di Mies come la realizzazione dell’idea di un tempio moderno nella città, caratterizzato dalla serenità e dalla trasparenza. La resa formale si da in un’analogia tipologica con l’aula in cui uno spazio unitario dall’ambiente luminoso senza impedimenti strutturali riunisce una molteplicità di persone che svolgono un’attività in comune. Il reticolo strutturale che definisce e divide il seminterrato individua la parte del museo da cui emerge l’open space della hall che ha il compito di rappresentare in senso proprio l’edificio. In senso analogico di questo edificio è collocato sulla somiglianza con una grande aula in cui corrispondono fenomeni diversi ma simili della fruizione dell’edificio stesso.

Dal punto di vista logico l’architettura della Nueue National Galerie astrae il sistema di relazioni su cui è costituita l’ossatura del progetto. L’articolazione strutturale ha una reminiscenza della tradizione classica. L’apparente purezza dell’edificio nasconde una magistrale ibridazione a livello tipologico. Il vasto spazio reticolato del basamento offre da un lato una corte e tutti gli elementi concentrati in questa hall formulano la versione del tipo periptero. La sostituzione moderna della colonna classica con il pilastro viene elegantemente definita in questo edificio con la soluzione cara a Mies della sezione cruciforme. Il mancato slancio del pilastro viene sopperito da un’idea di leggerezza nella modulazione che rendono l’elemento una moderna chiave di lettura agli ordini classici. La struttura della copertura evidenzia l’analogia con un classico soffitto a cassettoni, dove la tradizione del legno viene sostituita da una moderna sperimentazione reticolare in acciaio. Questa ricerca formale di essenzialità guida Mies al raggiungimento delle linee fondamentali del progetto. L’opera d’arte viene immersa nello stesso spazio in cui si muove l’osservatore lasciando la facoltà di delineare un percorso personale tradisce l’organizzazione spaziale ipotattica del modello museale ottocentesco, consentendo un nuovo tipo di percezione diretta e libera. In questo spazio “la libertà stessa diventa un’esperienza estetica“. L’edificio viene concepito per un fruitore assai più colto e interessato di quelli cui erano destinati i musei ottocenteschi, istituzioni poste al servizio delle scienze e le arti per consentire il progresso culturale del pubblico. Nel nostro secolo gli oggetti vengono collezionati per il loro valore informativo. La finalità non è più educativa ma volta a promuovere nuove esperienze percettive. Il tempio moderno di Mies è quindi il tempio della tecnica, della ragione e della scienza nella sua democratica relazione con la società e con l’evoluzione dei livelli comunicativi dell’umanità.

Riferimenti:

Leonardo Benevolo, Storia dell’Architettura Moderna, Editori Laterza, Bari.

Carlos Martì Aris, Le variazioni dell’identità. Il tipo in architettura, Cittàstudi, 1993.

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7 thoughts on “Neue Nationalgalerie di Mies van der Rohe a Berlino

  1. Decisamente si.

    Nonostante “faccia il tifo” per la linea Ghery-Calatrava-Fuksas, e lo sanno tutti 😉

    riconosco però la grandezza di Mies.

    L’unico dei funzionalisti razionalisti che veramente riesce a creare il “bello”. Ma è un bello molto intellettuale. Forse troppo.

    In effetti il less is more funziona solo per alcune specifiche “cose”.

    E io lo so perfettamente.

    Per il resto, specialmente nella vita, abbiamo bisogno dei “ghirigori” e soprattutto abbiamo bisogno di rispondere all’esigenza assolutamanete umana della viscerale spinta di ricercare la trascendenza nella materia.

    e il razionalismo ha ignorato in pieno il problema.

  2. non è il “ghirigori” che esprime la materia….ma tutto ciò che prende forma
    non è il tondo o il quadrato che esprime la materia
    ….la materia può essere plasmata anche razionalmente….senza per questo essere noiosa….mies è il più grande architetto di tutti i tempi…..indiscusso……
    less is more… non vuol dire solo…..il meno è più
    ma è soprattutto uno stile…stile che a distanza di anni sta tutt’ora influenzando l’architettura e il design mondiale

  3. In questa sede approviamo il concetto.

    Non avrei mai dedicato uno spazio così importante a Mies, altrimenti.

    Il “ghirigori” a cui ci riferiamo è ben altro.

    Dieri, quasi, quel surplus assolutamente “inutile” di cui però abbiamo assolutamente bisogno per una certa soddisfazione intrinseca.

    Ma qui il discorso è molto più ampio.

    E supera di gran lunga l’ambito strettamente architettonico.

  4. salve, credo che il “ghirigori” a cui fate riferimento si riferisca a quello che comunemente viene definito Ornamento. A proposito dell’ornamento esistono dei saggi interessanti tra i quali quello di Adolf Loos “Ornamento e Delitto” nel quale, pur schierandosi contro l’ornamento, l’architetto riconosce l’utilità dell’ornamento in certi contesti della quotidianità, in particolare nel lavoro degli artigiani (calzolaio). Ad ogni modo credo che all’architettura di Mies non manchi assolutamente nulla, soprattutto alla Neue Nationalgalerie, trattandosi appunto di un museo, un edificio che per sua natura deve mantere un carattere asettico.

  5. Guardate che Loos stesso, parlando del mestiere dell’artigiano (calzolaio, sellaio o qual vogliate che sia), dice che nulla è arbitrario, ma che ogni singolo oggetto, e dunque ogni singola forma, è il risultato di un lavoro che si confronta con le materie da lavorare e con le funzioni che l’oggetto è chiamato a svolgere (guardate il saggio sul “mastro sellaio”). La bellezza, dunque, è sempre connessa, quando si parla di un’opera di artigianato o di architettura, ad un aspetto pratico. I due aspetti devono essere compresenti e soprattutto simultanei (nel momento in cui l’opera viene concepita) affinchè ci sia un buon risultato. Credo che le architetture di Ghery e Fuksas non siano concepite secondo questa logica.
    Do ragione a Jack, poi, quand dice che un museo deve avere un carattere asettico. Il suo compito è quello di ospitare, silente, le opere, e non diventare lui stesso protagonista.
    …guardate il nuovo maxxi di zaha hadid e chiedetevi se un’opera potrà mai essere esposta là dentro(!?!)

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