AFFASCINA MA INQUIETA

Saggio dell’arch. e docente universitario Antonino Terranova

Affascina ma inquieta la nostra epoca di un’architettura svariante senza Codice forte, libera e bella nel pluralismo Modernocontemporaneo: dai grattacieli più iconici (“oggetti singolari” in “paesaggi metropolitani”  per Scolpire i cieli) alla sparizione nell’attuale public art non monumentale ma comportamentale e relazionale; dal Gruppo Oreste che simula una conferenza fino ad un Padiglione nazionale configurato dalla nebbia artificiale in una Biennale di qualche anno fa.

Affascina ma inquieta la perdurante inclinazione dell’Arte a lavorare sempre ulteriormente sul versante del Pensiero Critico de-mistificante e raramente su quello del Pensiero Mitico re-mirizzante, così come il crescente disimpegnarsi dell’Architettura –di cui non nego anzi sostengo dal tempo di Mostri Metropolitani la estensione multiforme fuori dalla sola architettura a forma di edificio- soprattutto negli ambiti dell’effimero coniugato con il marginale coniugato con l’emergenziale coniugato con il design for delight coniugato con l’amorfo l’informe e così via disperdendosi.

Affascina ma inquieta, cioè si riferisce non alla armonica Bellezza-Bontà per darsi un modello alto ma al Sublime-Perturbante per proporsi interrogativi alti e bassi non importa, relativi agli statuti reali-ir-reali dell’esistente. L’eredità principale è quella delle neo-avanguardie surreali e dada, il pop il nouveau realisme il new-dada il radical.

Quando non si declina direttamente in termini di dispersione nell’artistico e nel design l’Architettura risponde con due estremismi, la competitività scultorea o della kitsch-architecture del collage-assemblage ibridato-contaminante, o viceversa l’ospitalità indifferente, calda o algida, di un non-più-minimal concettuale minimalismo, che diventa ora mistico-rarefatto sotto vuoto spinto ora solamente comodoso-snob (moriremo di benessere nell’occidente domotico?).

La città sembra il fattore insediativo più trascurato dall’architettura del Modernocontemporaneo, almeno nelle forme tipomorfologiche di cui ci ubriacammo a suo tempo. Non mi preoccuperebbe –penso possa bellissima una “non-città a bolle e crepe” aperta e diffusa e non chiusa da mura e geometrie gerarchiche panottiche- se non fosse perché qui in Italia particolarmente l’Arte dell’informe si degrada facilmente nello sciatto inintenzionale  in enclave recintate del periurbano, e intanto l’Architettura così facendo si deresponsabilizza rispetto al dovere –che forse è un suo destino cinico e baro?!- di <fare l’”urbano”>, la Quantità provocatoria di Rem Koolhaas che di fatto costituisce la quasi totalità dei territori della metropoli contemporanea. Gomorra? Come scrisse il Poeta, che ha comunque a che fare con il Gioco: …E lasciatemi divertire!

Saggio tratto da: TAVOLA ROTONDA “CHE SIGNIFICA FARE ARTE OGGI?” (relatori Tavola 1: Simonetta Lux, Giuseppe Di Giacomo, Arch. Lucio Altarelli, Antonella Greco, Arch. Gianni Accasto, Massimo Canevacci. Relatori Tavola 2: Flavio de Bernadinis, Arch. Antonino Terranova, Arch. Michela Merone, Arch. Alessandra Muntoni) NELL’EVENTO SAPIENZA DI PRIMAVERA a cura di Valentina Giannicchi  in qualità di Rappresentante degli Studenti al Cosiglio di Facoltà di Architettura “L.Quaroni”, 22 e 23 gennaio 2007, Facoltà di Architettura “L.Quaroni” Fontanella Borghese, Roma.


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