Riflessioni sull’E42

La vicenda dell’E42 si inserisce in un contesto storico di difficile collocazione. La Seconda Guerra Mondiale, la crisi del Fascismo, la caduta della dittatura e la conseguente Liberazione dell’Italia mettono in secondo piano la realizzazione dell’Esposizione Universale all’interno dei criteri di socializzazione e di scambio del BIE.

La fondazione di un quartiere residenziale che sancisse l’espansione di Roma verso il mare è contraddistinta da una visione stilistica propria dell’architettura di regime. La creazione dello stile E42 si fonda su un linguaggio di archi, architravi e colonne che contribuisce all’espressione di un neo-classicismo ibrido di influenze razionaliste. Il compromesso a cui tende l’intera realizzazione del quartiere tra l’ottica di Piacentini e le competenze di Libera, Minnucci, Moretti o il gruppo di Quaroni, esaltano in un certo senso, il carattere sperimentale che l’architettura dell’E42 esprime.

L’impianto urbanistico a scacchiera, il grande asse centrale della via Imperiale e i fondali scenografici che le architetture controllano conferiscono l’aspetto “metafisico” che in primis si riflette nel Palazzo della Civiltà di Guerrini, La Padula e Romano. L’E42 esprime un linguaggio che nelle categorie dell’apollineo e del dionisiaco nietzschiane aspirano all’immortalità e all’eternità.

(ACS, miscellanea fotografica, illuminazione notturna del Palazzo della Civiltà italiana)

Un’architettura mediterranea, piena, compatta, che non disdegna importanti innovazioni tecnologiche, come l’uso del vetro-cemento  o del vetro retinato in copertura. Un’architettura che sfrutta la luce zenitale come fondamentale retaggio delle grandi architetture del passato. Un monumentalismo che non è fine a sé stesso poiché imprime il segno di uno stile che il regime, nella sua sostanziale autorità vuole conferire come espressione e immagine della propria grandezza.

L’E42 sembra voler mettere un punto, sembra voler auspicare nel grande impianto delle numerose mostre progettate per l’Esposizione alla conquista di un territorio che dalla città eterna guarda verso il Lido di Roma senza alcun rimpianto per il centro storico.

Uno scenario complice di una natura collinosa che dialoga tra le architetture secondo il fine soggettivo. L’altezza su cui è situata la chiesa di SS. Pietro e Paolo testimonia il carattere mistico e il valore cristiano che dal regime si riflette nel quartiere. Come a voler “vegliare dall’alto” il parallelepipedo con la grande cupola rappresentano un’iconografia semplice, volumetrica e di classica ispirazione.

Restano scoperte le architetture non realizzate del Palazzo dell’Acqua e della Luce, del Teatro Imperiale e del Teatro d’Acqua. Progetti e vicende che nello scenario dell’E42 segnano il limite storico e l’impossibilità di completare un impianto che è manifesto e sintesi del regime.

Il Palazzo dell’Acqua e della Luce che nel suo immaginario di grande fontana spettacolare o grandioso scenario in asse con la via Imperiale, custode del lago e punto chiave del quartiere, segnano un’iconografia quasi impossibile. Il rifiuto di Nervi, che nel suo progetto elicoidale snoda l’immagine verso un’espressione diversa dallo stile E42 rappresenta proprio lo scarto simbolico per cui il “Palazzo totem” non riesce a vedere una propria realizzazione. Troppo diverso, un’immagine che distacca e separa, una fonte che non riesce ad inserirsi neanche nella progettualità, un’icona che appare, il Palazzo dell’Acqua e della Luce resta un miraggio, quasi una chimera che non può essere afferrata. E questo è un vero nodo irrisolto che se fosse stato approfondito avrebbe procurato quel quid di interesse che nelle intenzioni prospettava  un vero capolavoro. Al suo posto oggi vediamo la Piscina delle rose e il Palazzo dello Sport di Nervi. Si è scelto di impiantare sul punto più alto del quartiere un edificio assolutamente contemporaneo con una grande cupola a guscio in calcestruzzo precompresso e una base circolare di gusto classico. Una scelta sicuramente in linea con lo stile E42, anche se supera il modello dei vari marmi bianchi e verdi presenti nel quartiere e punta all’uso dei materiali nella loro accezione più moderna. Acciaio e cemento armato, in una nervatura di vetri costituiscono una solida base per l’altura. Manca però l’elemento scenografico che l’iniziale progetto degli studi piacentiniani aveva previsto per il luogo.

Il Teatro Imperiale mai realizzato costituisce un altro punto a sfavore per l’intero quartiere, in particolar modo per l’esclusione della simbologia che un teatro possa procurare. Nonostante il progetto di Moretti fosse un edificio altamente classicizzante, poco ibrido di esperienze sperimentali e che distogliesse da un uso metafisico dello stile E42, la presenza di un velario mobile e di una struttura tecnologicamente molto avanzata avrebbe apportato notevole prestigio alla concezione architettonica del quartiere.

L’avanguardistica idea che si concretizza nel bel progetto del Teatro d’Acqua resta sotto forma di carta e sancisce un ulteriore limite per gli elementi scenografici pensati per l’Esposizione. Una descrizione poetica, quasi romantica per il “Sogno della Natura” che si intende realizzare nel Teatro d’Acqua imprime come gusto e decorazione quell’aspetto grandioso con cui concorrere con la mostra di New York, spesso citata e di cui esistono numerose relazioni e testimonianze.

Quasi un’ossessione: superare in grandiosità e originalità l’Esposizione di New York del 1939. Sicuramente il Teatro d’Acqua rappresenta un progetto di indiscutibile valore all’interno della corsa strutturale per il primato italiano. Ma anche questo non viene mai realizzato e storicamente l’operato risente del contesto storico in cui vive: la Guerra e la caduta del regime ostacolano una migliore e completa realizzazione dell’E42.

In ultima analisi il complesso architettonico esistente elabora un linguaggio che indica l’espressione di un messaggio che compone insieme valori nuovi e moderni con la tradizione, che risente del peso stilistico di una città come Roma. Dalle architetture della Roma imperiale con in primis l’icona mondiale del Colosseo, alle architetture barocche e all’altra monumentale icona della Roma cattolica come la Basilica di San Pietro con il colonnato del Bernini, la “terza Roma” tenta di ergersi in un clima di riverente affiliazione.

In realtà se si dovesse scegliere un’icona che manifestamente superi tutte le altre all’interno dell’E42, sarebbe di non facile attuazione. Anche se il Palazzo della Civiltà possa in un certo senso sintetizzare l’intento di un’architettura metafisica che imprima l’elemento apollineo dell’eternità e che concluda un percorso linguistico di evidente “romanità”, esso non riesce a superare modelli come il Colosseo o la Basilica di San Pietro, rimanendo più che altro un buon esercizio di stile e punto d’inizio per una ricerca architettonica che avrebbe necessitato di più tempo.

(ACS, miscellanea fotografica, plastico del progetto di massima dell’aprile 1939 con l’arco di Adalberto Libera)

L’esperienza dell’E42 va quindi focalizzata nel suo insieme, nella sua attuazione e va compresa nei suoi intenti, intenti non del tutto attuati.

Rimane come punto fermo la vivida testimonianza di un’architettura solida che ha avuto il coraggio di sperimentare un linguaggio, spesso criticato, all’interno di una visione sociale più ampia.

TRATTO DA: “LUCE E ARCHITETTURA IN TRE EDIFICI DELL’E42″  tesi di Laurea Specialistica in Progettazione delle scenografie, degli allestimenti e delle architetture d’Interno in Storia dell’Architettura di Valentina Giannicchi presso la Facoltà di Architettura “L.Quaroni” dell’Università Sapienza di Roma.

Relatrice: Prof. Antonella Greco. Correlatrice: Arch. Leda Diodovich

Testo disponibile presso l’ARCHIVIO CENTRALE DI STATO di Roma.

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