Le Corbusier e il problema della trascendenza nel Movimento Moderno

di Valentina Giannicchi

“La mia casa è pratica. Grazie, come grazie agli ingegneri delle Ferrovie e alla Compagnia dei Telefoni. Non mi avete toccato il cuore. Ma i muri si alzano verso il cielo secondo un ordine che mi commuove. Capisco le vostre intenzioni. Siete dolci, brutali, incantevoli o dignitosi. Me lo dicono le vostre pietre. Mi incollate a questo posto e i miei occhi guardano. I miei occhi guardano qualche cosa che esprime un pensiero.”

Le Corbusier, Vers un Architecture, 1923

Le Corbusier. Foto tratta da Indesignproject

Charles-Edouard Jeanneret-Gris, nato in Svizzera presso Le Chaux-de-Fonds nel 1887, decise a trenta’anni di cambiare il suo nome con uno pseudonimo, secondo un mix ispirato dal nome del nonno materno Lecorbesier e dalle origini francesi paterne: Le Corbusier.

Annoverato tra i Maestri del Movimento Moderno, insieme a Mies van der Rohe, Gropius e Wright, è l’autore di una prolifica opera teorica e intellettuale.

Iniziato all’uso del cemento armato dal maestro francese Auguste Perret, riceve nella città di Parigi i primi grandi stimoli culturali.

Maison Dom-Ino, 1915. Foto tratta da una sezione del sito della Facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni”

Nel 1917 il contatto con l’esponente purista A. Ozenfant lo introduce in una dimensione artistica in cui lo spirito moderno esprime rigore, scientificità, tendenza alla purezza e semplificazione. La fondazione della rivista d’avanguardia L’Esprit Noveaudel 1920 permette a Le Corbusier confronti con le architetture esistenti.

Padiglione dell’Esprit Nouveau, Esposizione delle arti decorative di Parigi, 1925. Foto da archweb.

Interno con doppia altezza nel Padiglione dell’Esprit Nouveau, Esposizione delle arti decorative di Parigi, 1925

La tradizione greco-romana e rinascimentale dello studio delle proporzioni del corpo umano rispetto alla sezione aurea induce alla progettazione del Modulor nell’omonima opera. In questo studio la ricerca è finalizzata alla fruizione degli spazi abitativi secondo i rapporti con le misure standard del corpo umano, aprendo così una moderna concezione di ergonomia secondo cui il progetto d’arredo deve rispettare le scale di grandezze umane.  Albert Einstein scrive a proposito del Modulor: “Si tratta di un sistema bidimensionale che rende difficile il male e facile il bene: con il Modulor viene ufficialmente codificato il principio unificatore universale che regola la vita ideale dell’uomo ideale, dall’architettura alla meccanica,dalla forchetta alla città.”

Modulor

La casa come macchina per abitare, “machine à habiter” , è l’indiscusso slogan che assurge a filo conduttore della ricerca architettonica di Le Corbusier.

Vers une architecture attesta nel 1923 l’epoca del Funzionalismo, risultando un indiscusso “manuale” del Movimento Moderno. I  celebri cinque punti della concezione dello spazio abitativo vengono esposti nel 1926 in Les 5 points de l’architecture nouvelle:

“Tutte queste case dipendevano, dal punto di vista espressivo, dalla sintassi dei «cinque punti»: (1) i pilotis, che sollevano il volume dal terreno; (2) la pianta libera, ottenuta grazie alla separazione dei pilastri portanti dai muri che suddividono lo spazio; (3) la facciata libera, il corollario della pianta libera in verticale; (4) la lunga finestra orizzontale scorrevole o fenêtre en longueur; (5) il tetto-giardino, che aveva presumibilmente lo scopo di recuperare la porzione di terreno occupata dalla casa.” Kenneth Frampton, Storia dell’architettura moderna, Zanichelli Editore, 2006.

La filosofia di Le Corbusier trova in questo senso massima espressione nella celebre Villa Savoie a Poissy degli anni 1929-1931:

Villa Savoie, Poissy, 1929-1931

Interni di Villa Savoie, 1929-1931

Particolare scala di Villa Savoie, 1929,1921

Seguono secondo questo iter numerose altre elaborazioni secondo la fortunata espressione “dalla forchetta alla città” in cui rimangono nella storia, tra design, architettura e urbanistica:

la Chaise Longue del 1929

Villa Laroche-Jeanneret del 1923 ubicata ad Auteil presso Parigi

Interno di Villa Laroche-Jeanneret dell’ala destinata a sala espositiva di opere d’arte, 1923

il progetto urbano del 1933 di Villa Radieuse il cui concept rimanda alla tipologia di uno slogan pubblicitario in perfetto stile con lo stile di Le Corbusier: «La città di domani, dove sarà ristabilito il rapporto uomo-natura!».

con ampie strade  come la rivoluzione tardo-ottocentesca del celebre piano Haussmann di Parigi.

Sosterrà in seguito: “«costruire» è un’attività elementare dell’uomo, legata intimamente all’evoluzione della vita. Il destino dell’architettura è di esprimere lo spirito di un’epoca” da La Charte d’Athènes, Paris, 1941.

Le Corbusier è l’Immanuel Kant dell’Architettura. Se da un lato è un matematico puro, illuminista, laico e razionale, dall’altra parte vive con passione e romanticismo tutta la sua vita. La sua ricca opera è permeata da un vivo idealismo di fondo, da un’esigenza viscerale, da un “credo” coraggioso e autentico sulla validità delle sue osservazioni e della sua ricerca. Scienziato e visionario in un uomo che è architetto, artista, designer e pittore. Espressione pura nella realizzazione della città indiana di Chandigarh, in cui l’esigenza di razionalità e metodo si aprono poi verso una realizzazione che ha un sapore organico, che non nega l’arte e che la sublima verso la trascendenza che appartiene al destino dell’umanità.

La pianta della città segue la forma di un corpo umano in cui ogni edificio segue la sua ubicazione rispetto alla funzione: gli edifici amministrativi e del governo nella testa, l’apparato industriale nelle viscere, le aree residenziali immerse nel verde del tronco.

Piano urbanistico della città di Chandigarh, India, 1952-1963. Foto da archweb.

Chandigarh, 1952-1963

Il simbolico monumento centrale della città: una grande mano tesa verso il cielo che riproduce la mano dell’uomo del Modulor, «una mano aperta per ricevere e donare».

Perché nel logico cercare risposte risiedeil punto in cui crolla la certezza della scienza e della funzione nella sua accezione mitologica. È proprio l’esaltazione della ragione che apre le porte dell’infinito, ovvero quel limite, insito e invalicabile nella contingenza come fulcro indispensabile della nostra unione e fusione con l’Origine del tutto.

E se mentre il grande Maestro funzionalista Mies van der Rohe non riuscì mai a progettare una chiesa, Le Corbusier con la cappella di Notre-Dame du Haut a Ronchamp firma l’intera opera della sua vita.

Bruno Zevi sostiene che a Ronchamp  Le Corbusier “comincia a ricercare il grado zero”.
A Ronchamp c’è di più. Il labirinto della cappella di Notre-Dame è Arte in cui l’opera risulta una delle migliori rappresentazioni della sublimazione del “sentimento di Dio”.

Cappella di Notre-Dame du Haut in Ronchamp, 1950-54

E c’è un ritorno all’origine, a quell’architettura che non nega l’arte e non esalta la funzione e la ragione come sistemi di riferimento immobili nel filone dell’estromissione dell’estetica dalla forma. L’origine da cui si evolve tutta la tradizione occidentale nei suoi percorsi storici e che, a inizio secolo ha dovuto per forza di cose, confrontarsi con la prorompente ingegneria nascente, con  il primato della scienza e con l’avvento della tecnologia.

Come a voler dire che il “sentimento di Dio” non è una macchina per abitare. Come a voler dire che il labirinto dei sensi è quello che ci conduce alla trascendenza. Ed è proprio qui che l’uomo Le Corbusier diventa l’Architetto. Ed è proprio qui che la sua prima abitazione del 1905 con accenni romantici, ancora immatura e a tratti stereotipata, si libera invece nel genio creativo che ci rende veri.

Prima opera di Le Corbusier: villa a La Chaux de Fonds, 1905.

Riferimenti bibliografici:

Leonardo Benevolo, Storia dell’architettura moderna, Laterza, Bari, 2003.

Kenneth Frampton, Storia dell’architettura moderna, Zanichelli Editore, Bologna, 2006.

Giulio Carlo Argan, L’arte moderna, Sansoni, Firenze, 2000

Le Corbusier e Pierre Jeanneret, Oeuvre complete, 1910-1929, Les Editions d’Architecture (Artemis), Zurich, 1964 (1° ed. 1929), pp 92-105.

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6 thoughts on “Le Corbusier e il problema della trascendenza nel Movimento Moderno

  1. Ciao Valin!
    Debbo dire che mi trovo spaesato di fronte ad una così forte vicinanza di idee riguardo il carattere “romantico” di Le Corbusier! Senz’altro il cliché di un Le Corbusier austero e rigido architetto è perpetuata con una certa malafede dalle correnti filomoderniste, mentre è evidente che, anche solamente da una visita alle sue architetture, che la ricchezza spaziale degli edifici di Le Corbusier non è conciliabile e riducibile all’asceta che tutti dipingono. Ho visitato l’anno scorso le sue architetture di Firminy e de La Tourette, e da questa esperienza si vede tutto il Le Corbusier “romantico”. È stata per me un’esperienza incredibilmente forte, stravolgente, a tratti commuovente. Vi è una ricercatezza nel dettaglio, nella sprezzature, nel virtuosismo, nel composito, nel materiale, ma anche, semplicemente, nella “vita” dell’architettura che è tipica di quel continuo fare e disfare, tendenza all’assoluto, che gli artisti seguaci di Schlegel miravano.

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