La luce come icona del Moderno tra filosofia e tecnologia

Nel 1872 La nascita della tragedia dallo spirito della musica[1] di Friedrich Nietzsche presenta due termini di una tematica estetica fondamentale: l’apollineo e il dionisiaco. Nei primi capitoli della Nascita della tragedia si asserisce come «lo sviluppo dell’arte è legato alla duplicità dell’apollineo e del dionisiaco».[2] I termini “apollineo” e “dionisiaco” vengono presi a prestito dalla cultura greca, ovvero dalle due divinità artistiche Apollo e Dioniso. Nietzsche spiega che esistono due diversi impulsi che generano un grande contrasto «per origine e per fini, fra l’arte dello scultore, l’apollinea, e l’arte non figurativa della musica, quella di Dioniso».[3]

Nonostante fra i due impulsi esista un notevole dissidio, in parallelo sussiste anche «un’eccitazione reciproca»[4] che perpetua la lotta della loro antitetica posizione e che solo l’arte «apparentemente supera».[5] Secondo l’interpretazione di Penzo,[6] l’apollineo e il dionisiaco rappresentano le forze originarie della natura che emergono, appunto nella creazione artistica. Nietzsche paragona questi due impulsi ai fenomeni fisiologici «del sogno e dell’ebbrezza».[7] Nello stato apollineo, dunque nel sogno apparvero le magnifiche figure degli dei e i grandi scultori videro «le incantevoli forme di esseri sovraumani».[8] La dimensione apollinea è quindi legata alla forma e alla figura, tanto che Nietzsche chiama la bella parvenza del mondo del sogno come «il presupposto di ogni arte figurativa».[9] Apollo è il dio risplendente, il dio divinante, colui che riesce a decifrare i segni per individuare il futuro. Egli è il dio di tutte le capacità figurative, è il simbolo della luce, della bellezza e dell’armonia. Apollo è il dio plastico, il dio del Sole, dalla cui immagine traspare «quella moderata limitazione, quella libertà dalle emozioni più violente, quella calma piena di saggezza».[10] L’essenza dell’arte apollinea sta dunque, nella sua rappresentabilità, presentandosi «nelle espressioni dell’attività plastica e di quella epica».[11]

Apollo rappresenta la «magnifica immagine divina del principium individuationis»,[12] assurgendo così ad emblema della fiducia nell’apparenza nonché nel principio stesso. Il dio dall’occhio solare domina la bella parvenza e la visione del mondo stesso. Il concetto dell’apollineo nella filosofia apre una riflessione sull’elemento luminoso come presupposto dell’arte plastica.  In opposizione allo stato apollineo Dioniso è il dio senza volto, dunque colui che non può essere descritto, che non può essere definito. L’arte dionisiaca rifugge perciò ogni rappresentabilità essendo espressione della musica.

Nell’Occhio e lo spirito[13] di Merlau-Ponty si esplica nella consapevolezza dell’esistenza di un intero sistema di scambi tra le due forze in pittura. Qualità, luce, colore, profondità esistono per risvegliare un’eco nel nostro corpo. “La pittura, anche quando sembra destinata per altri scopi, non celebra mai altro enigma che quello della visibilità”[14]. Nella concezione di Merlau-Ponty luce, illuminazione, ombre, riflessi, colore non sono propriamente reali. La luce nella sua immaterialità ci permette di afferrare la profondità del mondo esterno. La percezione di una terza dimensione rimanda alla consapevolezza di una partecipazione “all’Essere dello spazio”[15], al di là di ogni punto di vista. L’interrogazione sull’essenza della profondità, sulla luce in relazione al mondo esterno conducono all’inevitabile connessione con il pensiero e con l’immaginario che sta prima di ogni visione. L’illusionismo pittorico generato dalla conformità dei contorni nelle immagini pittoriche include la luce come elemento fondamentale di distinzione degli oggetti e delle forme.

La luce come icona del Moderno ritrova la sua genesi in un evento fondamentale: l’invenzione della luce artificiale. Il fenomeno dell’elettricità era stato studiato scientificamente già dal XVIII secolo. L’invenzione della dinamo nel 1870 e dei generatori di corrente alternata nel 1880 rendono disponibile l’elettricità su scala industriale. Si deve a Thomas Alva Edison l’invenzione della lampadina a filamenti incandescenti.La sostituzione dell’illuminazione a gas delle città con quella elettrica contribuì alla crescita di produzione dell’energia elettrica che dal 1900 al 1912 aumentò esponenzialmente la sua attività nella maggior parte degli Stati occidentali. Se il XIX secolo ha visto la realizzazione di molte scoperte sull’elettricità, il XX secolo può essere definito come il secolo dell’elettricità.

Lampadina di Edison

All’inizio del Novecento l’illuminazione stradale e domestica, i mezzi di trasporto basati su motori elettrici (tram, treni, metropolitane, filobus) cambiarono radicalmente la vita quotidiana. In particolar modo, l’illuminazione elettrica fece delle città luoghi vivibili anche di notte. Il titolo di “città della luce” (in francese: Ville Lumière) fu assegnato a Parigi, ma per estensione potrebbe essere attribuito a tutte le grandi città che si erano dotate in quegli anni di una rete di illuminazione stradale, prime fra tutte Londra e New York.

L’avvento della corrente elettrica e della conseguente illuminazione artificiale contribuì alla suggestione dell’immaginario collettivo scatenando una vera e propria rassegna letteraria.

Nelle Parrocchie di Regalpetra di Leonardo Sciascia si narra come l’avvento dell’elettricità in un piccolo paese della Sicilia sia un evento di fondamentale importanza per l’ammodernamento del luogo. L’elettricità come simbolo di modernità e progresso è percepito anche nel neorealismo di Silone, ad esempio quando in Fontamara si minaccia il distacco della corrente pubblica nel paes
TRATTO DA: “LUCE E ARCHITETTURA IN TRE EDIFICI DELL’E42″  tesi di Laurea Specialistica in Progettazione delle Scenografie, degli Allestimenti e delle Architetture d’Interno in Storia dell’Architettura di Valentina Giannicchi presso la Facoltà di Architettura “L.Quaroni” dell’Università Sapienza di Roma. 

Relatrice: Prof. Antonella Greco. Correlatrice: Arch. Leda Diodovich

Testo disponibile presso l’ARCHIVIO CENTRALE DI STATO di Roma.


[1] F.Nietzsche, La nascita della tragedia, tr.it. di Sossio Giametta, Adelphi, Milano, 2000.

[2] Ivi, p.21.

[3] Ibid.

[4] Ibid.

[5] Ibid.

[6] Penzo, Nietzsche allo specchio, Laterza, Roma, 1993.

[7] F.Nietzsche, La nascita della tragedia, tr.it. di Sossio Giametta, Adelphi, Milano, 2000, p.21.

[8] Ivi, p.22.

[9] Ibid.

[10] F.Nietzsche, La nascita della tragedia, tr.it. di Sossio Giametta, Adelphi, Milano, 2000, p.24.

[11] Penzo, Nietzsche allo specchio, Laterza, Roma, 1993.

[12] Ibid.

[13] Maurice Merlau-Ponty, L’occhio e lo spirito, SE, Milano, 1989).

[14] Ivi, p.23.

[15] Ivi, p.34.


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