Intervista ad Emmanuele Pilia Presidente di Alta

Emmanuele Pilia

Critico e curatore di architettura, nasce a Civitavecchia nel 1985, per poi formarsi nella Facoltà di Architettura Valle Giulia. Interessato alle contaminazioni tra cyber cultura, epistemologia ed estetica, è particolarmente attento alle espressioni architettoniche ed artistiche che raccolgono l’eredità situazioni sta e la sfida neo-utopista della corrente di pensiero del trans umanesimo. Dal 2008 è Art Director della rivista di epistemologia Divenire, rassegna interdisciplinare di studi sulla tecnica ed il postumano, curata da Riccardo Campa, per la quale cura il progetto grafico e scrive diversi saggi. Dal 2009 collabora con la cattedra di disegno dell’architettura tenuta dal prof. Fabio Quici. È in fase di pubblicazione il testo da lui curato “Asian Lednev: Creatore di Mondi”, catalogo dell’omonima mostra curata, assieme a Sveva Avveduto e Guido Massantini.

1)      Come nasce il progetto ALTA?
Diciamo che personalmente sentivo l’esigenza di costituire un gruppo di persone unite dal comune interesse verso lo studio sull’immaginario architettonico. Quest’idea è per me di vecchia data: fin dai primi anni dell’università mi sono interessato al fenomeno della TransArchitettura, in relazione all’immaginario architettonico che ne derivava, e lo spunto di dare vita ad un’organizzazione mi è stato dato da due amici che con me hanno fondato il gruppo originario, Massimiliano Ercolani e Guido Massantini, a cui subito si è unito Giampiero Rellini Lerz. Noi quattro condividiamo l’interesse verso tutte quelle manifestazioni dell’architettura che trascendano la fisicità dei suoi prodotti, insomma degli edifici in senso stretto. In più era nata la volontà di dare maggiore respiro ad un’antica idea dell’Associazione Italiana Transumanista, ossia quello dei Laboratori Transumanisti, che idealmente dovevano essere la struttura “operativa” dell’AIT. Si può dire che ALTA nasce per molteplici ragioni, ed è forse per questo che nonostante molte di queste siano funzionali ad altre situazioni ed altre realtà, è un progetto per noi molto sentito.

2)      Quali obiettivi?

Non vorrei che ciò che sto per dire sia una posizione assunta per partito preso, ma non amiamo molto il termine “obiettivo”, che è appunto una parola desunta dal gergo militare. Per motivi simili non ci piace neppure parlare di “mission”, che invece proviene dal mondo del marketing. Dimensioni queste che ci sono estranee, perché entrambi in opposizione ad una visione di liberazione dell’immaginario: l’una in senso distruttivo, l’altra in senso manipolatorio. Diciamo che, seppure forse non è una parola che gode oggi di grande popolarità, noi preferiamo utilizzare il termine “progetto”, che deriva anche dalla propensione immaginativa che porta nell’etimo l’idea di “gettarsi avanti”. Non voglio fuggire dalla tua domanda, ma credo che sia importante distinguere quella che potrebbe apparire come una sfumatura, ma che per noi è invece fondante. Comunque, per tagliare ed andare al nucleo del tuo quesito, i nostri “progetti” girano tutti attorno all’idea di avviare una serie di attività culturali tesi a riflettere sui rapporti tra disciplina architettonica (e la sua evoluzione) e la condizione che a breve potrà definirsi come contemporanea: il Postumano (da cui si nota la nostra discendenza transumanista). La linea di ricerca di ALTA si può infatti riassumere nell’indagine delle possibili sinergie tra gli sviluppi tecnici e artistici dell’architettura e l’evoluzione autodiretta dell’uomo.

3)      Quale spirito unisce il progetto?

Essendo la speculazione teorica sulla dimensione immaginativa ad essere il leit-motiv di ogni discussione inerente al progetto ALTA, ci sentiamo assolutamente slegati da finalità produttive, per quanto invece ci interessino molto quelle operative. Ho utilizzato volontariamente il termine “speculazione”, che fa intendere nell’etimo l’idea di “guardare lontano”, “guardare nel futuro” perché crediamo nella sottrazione e nella riacquisizione di senso tanto dei concetti, quanto degli spazi. Come dicevo, crediamo infatti nella possibilità di un’architettura che trascenda l’artefatto fisico dell’opera, in quanto è proprio questo sublimarsi che rende l’architettura capace di sottrarsi alla “speculazione” intesa come forma utilitaristica e manipolazione di valori monetari.

4)      Che significa TransArchitettura?

Nononostante la sua perentorietà, non è una domanda a cui è semplice rispondere. Come avrai notato sono molto legato all’etimologia delle parole: il termine “TransArchitettura” si riferisce infatti ad un “al di là” dell’architettura vista nella sua concretezza di “oggetto” fisico. Il termine in sé è stato da Marcos Novak, per il quale il termine transarchitettura indica una «trasformazione o una trasmutazione dell’architettura verso la rottura dell’opposizione di fisico e virtuale e la proposta di un continuum che conduca da un’architettura fisica a un’architettura tecnologicamente potenziata a un’architettura del cyberspazio». Insomma, la radice “trans” verrebbe letta come una condizione di “transito”, e non di superamento o di slancio. La transarchitettura si è infatti spesso interessata alla dicotomia materialeimmateriale, concentrando la propria attenzione sul tema della percezione visiva. In molti hanno sottolineato come le ricerche dei protagonisti di questa stagione ricadano nella speculazione sul virtuale, influenzando non poco il cammino di questi architetti, i quali, lentamente, si sono indirizzati verso la mera apologia del software, impegnandosi nell’esaltazione delle possibilità dei modellatori tridimensionali e tralasciando ogni aspetto legato all’immaginario. in quegli anni sembrava essere il movimento che in qualche modo si sarebbe affermato come dominio d’avanguardia, anche per il fatto che un gran numero di intellettuali, critici e teorici dell’architettura, e non di meno progettisti, stavano tessendo una rete di relazioni molto forte e coerente. Purtroppo però il movimento rimase troppo legato al mondo delle tecnologie informatiche, tanto è vero che per un certo periodo il termine “TransArchitettura” divenne sinonimo di “Architettura Digitale”, deludendo le aspettative di un salto successivo. Io vedo questo salto nelle connessioni tra immaginario ed architettura: è solo nella dimensione nell’immaginario che può prendere vita un “al di là” dell’architettura capace di essere fortemente incisivo e decisivo. Questo può essere verificato dall’incisività dei lavori e delle proposte sviluppate a cavallo tra i tardi anni ’80, ed i primi anni del nuovo millenno. Lavori e proposte che esulano l’ambito dell’architettura virtuale, ma che comunque vivono e si nutrono di quella dimensione immaginifica in cui si forma l’immaginario collettivo. Una produzione straordinaria, soprattutto considerando la natura di questi lavori. L’uso del corsivo per i termini lavori, progettiproposte, ed opere, è in questa sede d’obbligo, dato che qui si parla di opere che riguardano scenografie cinematografiche, ricostruzioni di città immaginarie o letterarie, utopie architettoniche, raccogliendo così l’intero ambito della rappresentazione dell’architettura.

5)      Quali progetti state portando avanti?

Attualmente i progetti che stiamo portando avanti sono tre, ognuno con una sua natura ed indipendenza. Il primo, in ordine cronologico, è una serie di conferenze sulle influenze reciproche tra l’immaginario fantascientifico e l’architettura. Il primo incontro si terrà tra pochissimi giorni, il 3 giugno, a Milano, in occasione del Delosday, e vedrà come protagonisti oltre a l’architetto Massimiliano Ercolani ed il critico di architettura Luca Guido, entrambi architetti, anche di Francesco Verso e Sandro Battisti, due scrittori che hanno fatto della riflessione sulle atmosfere e sui luoghi un campo di esplorazione decisamente ed evocativo. Attualmente stiamo pianificando i successivi incontri, di cui il prossimo probabilmente si terrà a Venezia. Il secondo progetto in fase di attuazione è anch’esso di prossima realizzazione. Si tratta di un evento espositivo curato da me oltre che da Sveva Avveduto e da Guido Massantini, ma anche con l’aiuto dell’intera organizzazione, in cui si è speso una quantità di energie veramente enorme. Il titolo dell’evento si chiama “Asian Lednev: Creatore di Mondi”, ed è una mostra retrospettiva sul lavoro di Fabio Fornasari in ambiente virtuale. Verrà edito anche un catalogo edito da Avanguardia 21, una casa editrice giovane ma molto coraggiosa, con cui condividiamo gran parte della nostra visione. Ed infine, il terzo progetto, di natura editoriale, è una rivista di cui non celo alcunché, essendo ancora tutto in fase di programmazione.

6)      Che significa Transumanesimo?

Bella domanda! Intanto vorrei citare la prima definizione del termine, che è del genetista Julian Huxley, fratello di Aldous, che recita più o meno così:

«Il transumano è quell’uomo che rimane uomo, ma che trascende se stesso, realizzando nuove possibilità di e per la sua natura umana».

La citazione è del 1957, ma rimane attualissima. In sostanza il transumanesimo può essere considerato come una classe di filosofie che hanno come scopo quello di riflettere sull’imminente evoluzione autodiretta dell’uomo causate dalla tecnologia, e quindi sulle possibili ripercussioni. Il transumanesimo non si chiede se questa condizione avverrà o meno, presto o tardi: la condizione transumana è alle porte, ed in parte è già qui, nel nostro tempo. Non vorrei sembrare un fanatico, ma è assai probabile che nei prossimi anni avverrà un salto evolutivo senza che nemmeno la società se ne renda pienamente conto.

7)      Arte e simbolo. Quali i vostri archetipi?

Essendo la riflessione sull’immaginario la matrice delle nostre iniziative, diciamo che abbiamo un grande universo simbolico che idealmente consideriamo di aver ereditato da tutti quei movimenti legati alle ideologie, avanguardiste, libertarie, che hanno formato l’humus su cui sono cresciute le pianticelle del pensiero utopico, a cui noi ci sentiamo particolarmente legati.

8)      Che ruolo ha la sperimentazione nel vostro progetto?

Essenziale, fondamentale: l’attitudine sperimentale per noi è matrice di innumerevoli spunti! Siamo molto attenti anche alle sperimentazioni in campo scientifico, perché crediamo che i semi del nuovo mondo sono già visibili nei laboratori, e questo è per noi veramente stimolante…

9)      Arte e Architettura.  Che significa fare architettura oggi?

Eludere il più possibile ogni forma di compromesso che i vincoli economici, culturali, politici e burocratici impongono. Altrimenti si parla di edilizia.

10)  Arte digitale e ricerca. Quali i limiti?

Il limite più evidente che mi viene in mente, e che sto purtroppo riscontrando, è una grande omogeneità nelle composizioni derivata dall’eccessiva standardizzazione dei software in circolazione. Questo si può vedere chiaramente nella grande similitudine che si può riscontrare in molti progetti elaborati con software di modellazione generativa come GrassHopper. Non vorrei essere frainteso: io sono fondamentalmente un tecno-entusiasta, ma devo leggere purtroppo, mio malgrado, questo livellamento.

11)  Quali i vantaggi e le prospettive?

I vantaggi e le prospettive sono legate soprattutto alle possibilità che sono altrimenti inesprimibili, quindi non parlo di composizione, ma di possibilità di condivisione ed interazione. Sono certo che noi stiamo vivendo quello che è solo la preistoria del digitale, e che la vera rivoluzione è ancora lontana dal precipitarci addosso. Penso alle possibilità che saranno espresse tramite la realtà aumentata, connessione uomo-macchina, mind uploading, sviluppo dell’IA forte, e chissà cos’altro!

12)  Su quale nome scommetteresti tra gli architetti viventi ancora poco noti?

Ne cito tre (in ordine alfabetico per non far torto a nessuno!), alcuni dei quali sono stati già citati nel corso di questa intervista: Architecture&Vision, Massimiliano Ercolani (DoKC Lab) e Fabio Fornasari.

13)  Sugli artisti?

Scommetterei molto sul gruppo Oplà+, il cui approccio mi interessa molto, essendo teso verso la dissoluzione delle proprie opere nella propria assenza. Un approccio simile a quello di Todor Zworski, un artista bulgaro non proprio giovanissimo che ha subito molto la censura anticomunista, tanto da trovare sostegno solo da alcuni situazionisti dell’ultima ora. Sono felice di leggere il suo nome ogni tanto negli ultimi tempi…

14)  Sui filosofi?

Molto su Pedro Sargento, un filosofo portoghese allievo di Mario Perniola. Di quest’ultimo ha recepito l’interesse verso la nozione di “inorganico”, ma spazia anche su altre tematiche spaziando da questioni inerenti il paesaggio ed altre più vicine al retro futuro. Spero poi che si riesca a fare spazio anche un “pensatore” veramente poco noto, ma molto brillante e pungente, ossia Mauro Coni.

15)  Sui critici d’arte?

Purtroppo non  ho una conoscenza dei critici d’arte così vasta e puntuale tale da poter puntare su qualcuno di “poco noto”. Leggo molto gli articoli di Barbara Martusciello, ma temo che essa non sia “poco” conosciuta. Però di critici di architettura ne seguo, e se mi consenti di puntare, scommetterei su Silvio Carta, Luca Guido e Leonardo Lippolis. Se fosse meno noto citerei anche Emanuele Piccardo, ma “temo” che sia conosciuto…

16)  E su Emmanuele Pilia quanto scommetteresti?

Tutto!

17)  In tre aggettivi: Bruno Zevi.

Aristocratico, avvincente, magmatico.

18)  In tre aggettivi: Massimiliano Fuksas.

Arrogante, barocco, populista.

19)  In tre aggettivi: Franco Purini.

Posso distinguere tra il Purini teorico ed il Purini architetto?
Teorico: Affabulatorio, accattivante, evocativo.
Architetto: Manierista, pesante, ripetitivo.

20)  In tre aggettivi: Renzo Piano.

Pulito, elegante, stanco.

21)  In tre aggettivi: lo spirito contemporaneo.

Luciferino, manierista, sordo.

22)  In tre aggettivi: l’Italia del 2011.

Decadente, scoraggiante, corrotta.

23)  In tre aggettivi: il futuro della tua generazione.

Riscattato, indeterminato, (spero) cortigiano.

Grazie e buon lavoro,

Arch.jr. Valentina Giannicchi


5 risposte a "Intervista ad Emmanuele Pilia Presidente di Alta"

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