Intervista all’artista Eva Fischer

La pittrice croata vive dopo la Seconda Guerra Mondiale in Italia, a Roma.  Figlia del Rabbino Capo Leopoldo, durante il genocidio nazista, 30 dei suoi familiari subirono la deportazione. La pittrice, con il fratello e la madre furono deportati da Belgrado al campo di concentramento di Vallegrande.

Premettendo che la sua disponibilità è un onore inizierei proprio con una domanda “originaria”. Nella sua autobiografia scrive che  si diplomò  «poco più che bambina» presso l’Accademia di Belle Arti di Lione e che «ho sempre e solo fatto la pittrice. D’altra parte non saprei fare alcun mestiere.» Facciamo un passo indietro, magari nella sua infanzia. Come e perché  l’arte?

È come chiedermi cosa necessito per respirare : la mia aria è multicolore; la mia fame sono sempre stati musei e gallerie, la mia sete la voglia di imparare dai grandi artisti, la mia felicità riuscire a trasmettere le emozioni e magari a farle condividere.

Roma è la città in cui vive dal 1946 e dove ha condiviso numerose esperienze artistiche nella celebre via Margutta con grandi artisti quali Mafai, Guttuso ed  Emilio Greco. Cosa ama di Roma?

Arrivai un anno dopo il termine della guerra e la scelsi per la bellezza di una città irripetibile: Roma è eterna come la sua arte, attraverso le sue architetture, le sue tonalità e le opere fuori e dentro i palazzi.  Spettacolare il rossore dei tramonti nelle celebri ottobrate, particolari gli ombrelloni dei mercati rionali…

Una sola parola per testimoniare il suo sentimento davanti ad un grande artista, che lei ha personalmente conosciuto, come Salvador Dalì.

Unico!

Suo padre Leopoldo, Rabbino Capo e altri trenta componenti della sua famiglia muoiono nei lager nazisti. Lei è internata a Vallegrande. Come ha perdonato, se lo ha fatto, il crimine nazi-fascista contro il genere umano?

Non riesco a perdonarlo e francamente non tento neanche. Non si può perdonare un’intera  società carnefice.

Nella sua autobiografia scrive: “in questo mondo nessuno è figlio di nessuno”. Come vive il suo sentimento di Dio?

Intendevo dire che ho sempre detestato i “figli di qualcuno” o i “non sa chi sono io”. Non sempre un principe è capace di diventare un buon re, né il figlio di un pittore sarà per forza un grande artista.

Il sentimento religioso è molto intimo e non mi permetto – nel rispetto di chi crede diversamente da me – di esprimerlo liberamente. Credo solo al fatto che gli esseri umani appartengo tutti alla stessa razza: quella umana.

Suo marito è più giovane di tredici anni. Come si è innamorata?

Devo dire che – al contrario di oggi – quando conobbi Alberto la natura nascondeva i miei anni. Fui attratto da un bel poeta toscano dalle origini ungheresi e nei suoi occhi verdi cangianti ritrovai molti dei colori che utilizzavo nei miei quadri…

Che significa fare arte oggi?

Diciamo che gran parte degli “artisti” non sa cosa inventarsi. Vedo dei quadri valutati tantissimo ma che non riescono a darmi emozioni. Gran parte non sembrano talentuosi ma solo attaccati ad un carro commerciale. Vi sono però – fortunatamente – anche dei veri artisti vicino ai quali quel carro non passa. Non credo che la valutazione dell’essere nel ventunesimo secolo sia basata sulla bravura, la costanza, il tocco.

Talvolta in alcune opere non mi sembra neanche di percepire dei sentimenti né dei pensieri.

Per i suoi novant’anni cosa ritiene prioritario da  tramandare alle future generazioni?

La vita e l’arte fanno parte di un’unica continua lotta, dovuta in gran parte ad altre persone. È importante riuscire a distinguere i colori buoni da quelli cattivi, la verità dalla menzogna. Ricordate soprattutto che la negazione è l’anteprima della ripetizione.

 

19 novembre 2010

Valentina Giannicchi

INTERVISTA PUBBLICATA SU: Voce Libera

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3 thoughts on “Intervista all’artista Eva Fischer

  1. Che bella intervista! Complimenti Vale, davvero!
    Anche la Fischer è davvero pacata e serena nelle sue risposte. La frase di chiosa è speciale:

    Ricordate soprattutto che la negazione è l’anteprima della ripetizione.

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