Intervista all’artista Mario Vespasiani

Mario Vespasiani è un pittore nato nel 1978 nel Piceno che vive e lavora a Ripatransone nelle Marche e nei luoghi che meglio si prestano a sviluppare i suoi progetti. La sua ricerca pittorica si concentra nello studio delle luminosità del colore e nei tempi di apparizione del soggetto nello spazio, che si dilata nel silenzio ai limiti del conosciuto. Le sue visioni si basano più che su catene di concetti, su assonanze tese a cogliere le ragioni di quel che accade, senza tuttavia fare riferimento a fatti di cronaca quotidiana. Riflette sul destino dell’individuo, sulla tensione dell’uomo di portarsi al di là della fragilità delle cose, tracciando nuove coordinate di geografie non ancora raggiunte. Le opere di Vespasiani adottano un linguaggio simbolico e la sua pittura parla di un più complesso itinerario dell’anima, del profondo mistero della creazione stessa, dell’esigenza di assoluto e di eternità, per diventare trasmissione del linguaggio dello spirito, nel sentire ciò che non si vede. Dal 1998 sono circa trenta le mostre personali documentate con volumi prodotti in serie limitata, arricchiti da testi critici, interviste e da testimonianze trasversali. Del suo lavoro se ne sono occupati oltre agli storici e ai critici d’arte, anche filosofi, scrittori, antropologi e teologi. Nel 2011 ha esposto nel Padiglione Italia della 54° Biennale di Venezia.

Quando e come hai capito che “da grande volevi fare l’artista”?

E che altro fare? Ho sempre voluto interagire con le persone, dialogare con uno sguardo, compiere un gesto capace di imprimersi nello spirito. E penso che per fare ciò l’unico modo possibile per ogni individuo (e per ogni artista) sia quello di aprirsi al mondo, provando a valorizzare il talento che si possiede, cercando di tirare fuori il meglio di ciò che si è, con l’intenzione di comunicare vitalità, fiducia e soprattutto luce.

 

Ci sono persone che ti hanno stimolato su questa strada?

Tutte le persone che mi vogliono bene, durante questi anni mi sono state vicine in vari modi e sono state preziose nei diversi momenti del mio percorso artistico, ma anche dalle altre, quelle più scettiche, ho ricevuto indicazioni utili a riflettere su ciò che ritenevo acquisito o almeno che sembrava non in discussione. Ognuno ha dato un particolare contributo, chi in modo intelligente, chi in modo rude e chi facendolo senza che io ne fossi pienamente a conoscenza.

Come hai iniziato?

Credo che in questo lavoro inizi quando impari a ringraziare, quando ti senti in debito con la vita e ti metti in moto per essere un “creatore” e non un distruttore, un tipo propositivo e non uno lamentoso.

Se resti a disposizione, in quiete, come un’antenna che accogliere il flusso dall’esterno ti accorgi che non sei altro che un medium, tra il qui e l’altrove. Ti devi quindi sforzare di essere trasparente, arrivando ad azzerare il proprio ego, per non essere di intralcio con quello che si dovrà esprimere.

Le tue prime opere?

Ogni opera è una prima opera. Perché originaria è la fonte a cui attingo. Cambiano i temi, può affinarsi la tecnica, ma la tensione è sempre la stessa. Non c’è differenza tra un prima è un dopo, non è questione di tempo, ma di superare il tempo.

Hai qualche modello tra i grandi maestri del passato?

E chi non ne ha? I miei sono principalmente i maestri del colore, specie quelli che nei secoli si sono specchiati nel mare Adriatico, in quello che considero l’oceano della pittura tonale. Molti di questi autori trasmettono ancora un brivido, uno stupore capace di farmi vivere certe loro opere da protagonista, scatenando tutti i neuroni specchio quasi fossi io l’autore di quei gesti e di quelle vertigini.

Le tue opere di oggi. La poetica. Cosa vuoi raccontare?

Non racconto, ma mostro visioni.

L’intento è che possano essere significative per qualcuno, che in esse si possa riconoscere quell’elemento trascendente che supera la descrizione didascalica del presente. Cerco una reazione, non shock o appigli concettuali, ma passione e partecipazione fisica all’evento.

Corpo e donna. Come rinforzi questo legame nell’arte?

La donna è il futuro, lo è nel corpo come nel sorriso, nell’indole ferina inaccessibile e l’uomo attuale, egoico e bellico se vorrà sopravvivere dovrà riscoprire il lato femminile che ha in sé tenerezza e compassione (più che quel fare effeminato oggi così cool). La donna essendo fonte di vita, motiva le imprese più ardue e infonde coraggio, cosicché l’uomo possa essere spronato a perdersi in quell’abisso, in quel mistero che fin dalla genesi emana un fascino irresistibile. Il legame è indissolubile, anche perché la forma femminile è arte.

Da cosa si origina la tua ispirazione e come procede?

La mia pittura scaturisce dal di dentro. Non è progettata e non è calcolo. Quando dipingo è come se non avessi il pieno possesso di ciò che sta avvenendo, che sia estasi, trance o possessione non saprei, ma di certo non c’è nulla di occulto anzi, dentro c’è solo vita, affidamento, mai staticità o pretesa di dominio.

Non rincorro un punto di approdo o di chiusura del discorso, la pittura è la mia maniera di esistere e non ha altre pretese se non quella di far sentire il battito. Ogni volta provo un grade stupore per Il mondo e per l’uomo. Cerco di rappresentare qualcosa come visto per la prima volta, come fosse appena nato, con la curiosità di un bambino e insieme con l’ansia di un innamorato che non vuol farsi scappare nulla e vuole ciò che arriva. Chiedo alla pittura un profondo atto d’amore, la cui essenza sta nella generosità. L’opera d’arte, deve portare con sé un elemento che oltrepassa l’autore.

Esistono le muse del post-moderno?

Esisteranno sempre. E la loro sensualità sarà sempre più una questione di equilibrio tra l’aspetto esteriore e quello del cuore. Le muse, come l’artista autentico, le riconosci dal carisma.

Come è tuo rapporto con l’assoluto?

Quotidiano.

Chi è l’artista?

L’uomo vero.

Come sopravvive ai nostri giorni?

Fatte le dovute eccezioni, l’artista attuale, ma parlerei più di creativo ha scelto di adattarsi, di essere un prestigiatore del macabro, uno stratega della comunicazione, un collezionista di amicizie influenti, uno che alla libertà di sconfinare ha scelto il potere e la visibilità, un generatore di idee perfette, ma che hanno sempre l’odore di morto. In questa maniera il sensazionalismo e la fama sono inevitabili e a me, però, non interessa né l’uno né l’altro obiettivo…

Nel mondo artistico, conta più l’immagine dell’autore o della sua opera:

Ti faccio l’esempio di una sfilata di moda, la quale come sappiamo, non è solo un modo di esporre i vestiti, (per quello ci sono le vetrine) quanto di fare spettacolo.

Il risultato si valuta dal lavoro sulla passerella quanto da chi siede in prima fila, perché è da lì che si vede chi conta, quasi fosse una sorta di termometro dell’andamento dell’artista-stilista.

Questo è ciò che sta avvenendo anche nel mondo dell’arte e se guardiamo ancora alla Moda vediamo che a un certo punto quando alle direttrici delle riviste che davano senso e prestigio alle passerelle, iniziava a scemare il loro status iconografico, subentrarono le celebrità, le quali riscuotevano grande interesse ma anche un notevole cachet. In poco tempo per le riduzioni dei budget e per l’esiguità dalle stars vennero i fashion blogger, più esibizionisti, altrettanto visibili e per di più gratuiti anche se di tutt’altro spessore.

L’arte sta vivendo la fase in cui chi ha il potere di imporre i propri interessi è in grado di decidere chi vale.

Ho fatto questo riferimento perché oltre al tempo che si sarà speso a celebrare questi fenomeni di tendenza, che si sfidano a colpi di record prize, non ci si rende conto che, quella che un tempo era considerata la prima fila, fatta di intellettuali e appassionati di indubbio valore sta perdendo parte dei protagonisti.

Sfaldandosi la trama, fatta da coloro i quali avevano le capacità di distinguere e intravedere l’attendibilità di una determinata ricerca, l’arte corre il rischio di essere decifrata non da chi la conosce ma dagli scommettitori. Fino a quando non si formerà una nuova prima fila, fatta di autorevolezza e credibilità più che di un traguardo per lo speculatore di turno, l’arte vestirà ancora la maschera di intrattenimento, fatta di una stupenda vetrina, di uno scintillante manichino e naturalmente di un prezzo altissimo.

I tuoi prossimi progetti?

Le nove porte celesti, è la prossima mostra che si terrà dal 31 Marzo in una chiesa monumentale ancora abilitata al culto (speriamo anche dopo) a Gualtieri di Reggio Emilia, curata dallo scrittore Giordano Berti.

Un progetto di opere di grande formato che dialogano con lo spazio sacro, ricco di suggestioni e di dipinti barocchi, dei quali ho “esaltato” gli sfondi, per realizzare appunto nove tele che hanno come unico tema lo spiraglio di cieli che appaiono in lontananza, dietro le figure di madonne e santi.

Come un atto di svuotamento vorrei condurre verso la dimensione sacra dell’arte, per fare i conti con la propria intimità, azzerando la forma per spingere dentro quelle nubi che candide o tempestose, conducono alla tranquillità dell’animo e al tempo stesso alle atmosfere delle più temibili profezie.

In tre aggettivi: l’arte contemporanea.

L’arte prodotta in questi tempi non può proprio essere definita in tre aggettivi, è un campo vastissimo e molto complesso, in continua evoluzione e contaminazione. In ogni parte del mondo viene creato qualcosa di significativo e ciò dipende anche dal fatto di avere a disposizione gli strumenti per comprendere e riconoscere il valore o almeno l’attualità di un pensiero. Non basta la sola tecnica, come all’arte non basta il solo concetto.

Mentre l’arte in Italia?

In Italia l’arte contemporanea vive un caso a parte: è destinata ad una nicchia di followers via via sempre più piccola, composta principalmente da ancora meno protagonisti. Suscita non troppo appeal verso il pubblico comune perché se non manca chi è disposto a spendere o, diciamo a investire, sono la scarsa conoscenza della storia dell’arte e d’informazione ad impedire l’esatta comprensione di ciò che si ha di fronte; non a caso, sono il essenzialmente prezzo e curriculum a determinare il valore di un’opera e il “successo” di un autore specie se relativamente giovane.

In questo sistema di ombre, mancando le condizioni fondamentali per riconoscere e stabilire la qualità di una qualsiasi ricerca, saranno avvantaggiati gli artisti esperti in pubbliche relazioni o quelli con forti sponsorizzazioni alle spalle.

Per gli altri che non temono questa realtà o che hanno altri obiettivi, rimane il lavoro quotidiano, sicuramente meno possibilità di essere notati in tempo reale, ma anche meno pericoli di essere distratti dalle sirene del mercato e delle tendenze.

C’è poi da aggiungere che come avviene anche nelle altre arti, dal cinema alla musica, sono pochissimi gli autori italiani che godono di una vetrina internazionale e ciò comporta – oltre alla mancanza di visibilità e di autorevolezza nel circuito che conta, ossia in quello anglo-americano – il paradosso di una scarsa considerazione anche tra le mura domestiche, dove gli addetti ai lavori che – a loro volta soffrono la sindrome d’inferiorità rispetto ai colleghi stranieri – preferiscono promuovere l’artista esotico o al massimo quei pochi adepti dai quali però pretendono un appoggio fedele.

Dove va l’arte contemporanea:

L’arte rispecchia la società e se non si comprende a fondo il momento storico, non si riesce a capire cosa stia succedendo al nostro quotidiano. Di certo se non si recupererà la trasparenza e la mentalità che fa sentire uniti, come parte di un fronte e di un pensiero comune, saremo sempre fermi alla guerriglia urbana, alla discriminazione, convinti che sia il nostro vicino di casa il colpevole dei nostri limiti e di tutti i nostri sacrifici. Mi pare simile alla condizione degli attuali anarchici e disobbedienti vari, talmente confusi nella loro protesta, che passano dallo sfasciare le vetrine di Mc Donald e banche a danneggiare negozi ed auto dei cittadini inermi.

Agli occhi di un artista verso quale direzione si dirige il presente:

Ti faccio un breve quadro: nell’economia e nell’arte, nuove figure (o sarebbe meglio dire vecchie, visto che ci sono sempre state, ma senza questa sovraesposizione) quali i tecnici sono diventanti gli ultimi potenti dirigenti possibili di un Occidente che sfuma verso il declino. Sostituiti ai loro prestanomi (della politica e dell’arte) guidano il mondo con esperta perizia, frutto di un’esatta e scrupolosissima realizzazione della riduzione del pensiero a calcolo, della terra a fondo inerte di energie da sfruttare, dell’uomo a risorsa economica o capitale umano e dell’arte fine e se stessa o come strumento ludico.

In questa situazione, gli “intellettuali” così competenti nelle loro discipline, hanno fatto l’inimmaginabile, ossia si sono conformati al sistema ed hanno iniziato a produrre come forsennati, aggiungendo invece di semplificare, ingrassando invece di snellire una forma che sta perdendo ogni sua armonia.

Il dramma attuale è dunque che non si sa più riconoscere quale sia la vera armonia, nel momento in cui vengono a saltare i riferimenti morali ed estetici che erano alla base della nostra civiltà e viene messa in discussione la libertà, la tradizione e l’identità dell’individuo.

Dobbiamo comprendere che ci si può riprendere da questa deriva – frutto non solo di carenza di idee, quanto di assenza di cuore e di ispirazione – solo se impariamo a rilanciare una nuova creatività del pensiero, come territorio estremo della libertà dove gli uomini “pratici” possano riscoprire il gusto e l’importanza delle cose fatte con amore e con spirito del dono.

In tre aggettivi: l’arte di Mario Vespasiani.

Tre cose richiedo a me stesso e ai miei dipinti: integrità, equilibrio, luminosità.

In tre parole: Mario Vespasiani.

Ciò che dipingo.

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