Intervista esclusiva al regista Rocco Mortelliti

Locandina del film La scomparsa di Patò
Rocco Mortelliti

Nato a Ceprano l’11 febbraio del 1959 è allievo di Ferruccio Soleri all’Accademia d’Arte Drammatica, si dedica in seguito al teatro firmando alcune regie. Nel 1987 esordisce nel cinema con Adelmo, film che scrive e interpreta. Dopo alcuni brevi episodi di Intolerance e I tarassachi, nel 1987 torna al lungometraggio con La strategia della maschera, scritto da Andrea Camilleri, che nella vita è suo suocero. Come attore compare in opere di Carlo Lizzani (Un’isola), D’Alessandria (L’amico immaginario) e Ottaviano (Cresceranno i carciofi a Mimongo; Abbiamo solo fatto l’amore). Nel 2012 torna dietro la macchina da presa per il drammatico La scomparsa di Patò, nel quale dirige fra gli altri gli attori Maurizio Casagrande e Neri Marcorè.

Rocco Mortelliti

1)      Come e quando hai deciso che saresti diventato regista?

L’idea di raccontare storie l’ho sempre avuta. Mio padre me ne raccontava tante da piccolo, mi fece amare il teatro, lui ne aveva fatto nel suo paese Scilla (RC). Quando decisi, all’età di 16 anni  di voler fare del teatro, mi disse che avrei dovuto studiare e frequentare l’Accademia, scuola che lui non ebbe la possibilità di frequentare. Per entrare in Accademia bisognava avere 18 anni e così cominciai a prepararmi per l’esame di ammissione, studiai tantissimo. Grazie a Nino Manfredi conobbi Orazio Costa, uno dei maggiori maestri di teatro che insegnava proprio all’Accademia, Orazio  mi diete tanti consigli e mi permise di assistere ad alcune prove  di uno spettacolo che stavano mettendo in scena per il saggio finale. Viaggiavo quasi tutti i giorni per andare a Roma, uscivo da scuola e partivo con il treno. Raggiunta la maggiore età, feci l’esame d’ammissione, ricordo che eravamo 800, i posti erano 20, feci un buon esame e uno dei professori era proprio colui che diventò il nonno delle mie figlie, Andrea Camilleri. L’esito fu positivo entrai. Così è cominciata l’avventura teatrale da attore.

2)      Allievo di Soleri, cosa ti rimane impresso degli anni della formazione?

In Accademia fui attratto dal mimo e dalla commedia dell’arte, capii subito l’importanza di quella forma teatrale, mi resi conto che avevo una predisposizione naturale per la mimica, il mio primo insegnante, Angelo Corti, mi spinse ad approfondire la maschera e la pantomima. Fu proprio Orazio Costa  a farmi fare un provino con Ferruccio Soleri, mi prese subito e andai a lavorare al Piccolo Teatro di Milano sotto la direzione di Giorgio Strehler, feci l’Arlecchino per qualche anno. Il mio rapporto con Ferruccio  – persona ostile e difficile-  fu , ed è rimasto straordinario di grande stima, sarei dovuto diventare l’Arlecchino , il suo sostituto, avrei preso il suo posto,  ma decisi di sperimentare altre cose che avevo in mente: la scrittura e la regia. So che Ferruccio ci rimase male, ma non me lo ha mai detto espressamente, lo fece sapere ad Andrea Camilleri. Dal Piccolo Teatro di Milano ho imparato molto, direi tutto e teatralmente mi ha condizionato moltissimo, ancora oggi penso alle regie di Strehler e agli insegnamenti di Ferruccio.

3)      Diplomato alla “Silvio D’Amico”, quando hai capito che ce l’avresti fatta?

Non l’ho ancora capito di avercela fatta. Si impara sempre, ogni volta che va in scena un mio spettacolo o l’uscita di un mio film è come se fosse la prima volta. Come dice Eduardo “Gli esami non finiscono mai”. Non bisogna mai pensare di essere arrivati, bisogna solo fare tesoro delle esperienze che ci arricchiscono. Dal momento che pensi di essere arrivato è il momento che sei finito.

4)      Quanto conta la formazione teatrale nella cinematografia e come si esprime?

Il cinema è un neonato ha solo 100 anni, è nato a fine ottocento, il teatro è nato, praticamente con l’uomo. Il teatro è alla base di tutto, se pensi ad un grande regista come Visconti, che ha firmato alcuni capolavori: Senso, Rocco e i suoi fratelli, Il Gattopardo  etc, viene dal teatro. Oggi, purtroppo, molti registi non vengono dal teatro e non sanno dirigere gli attori, non hanno il senso della scenografia, costumi. Personalmente quando faccio cinema il teatro mi viene sempre in soccorso.

5)      Cosa non rifaresti nel tuo percorso?

Ovviamente rifarei tutto ciò che ho fatto, le esperienze servono tutte anche quelle meno brillanti, per non dire negative, si cresce vivendo a trecentosessanta gradi.

6)      Cosa invece pensi di aver fatto meglio?

Tutto ciò che ho fatto è stato un arricchimento, ed ho sempre lavorato con grande passione, quando non l’avrò più smetterò. Ho ancora voglia di raccontare storie, anzi accade una cosa molto singolare, sono le storie che ti chiedono di essere raccontate. Se un storia non ti lascia e ti “perseguita” vuol dire che devi dedicargli tempo e realizzarla, metterla in scena, farla rivivere.

7)      Quali maestri del Teatro e del Cinema sono stati il tuo modello?

I miei maestri sono di teatro e sono tre: Camilleri, Soleri e Strehler. Ho avuto la fortuna di conoscere i grandi maestri del nostro cinema, sono amico di Ettore Scola, ho frequentato Scarpelli, Age, i più grandi sceneggiatori che abbiamo avuto, anche Suso Cecchi D’amico,Monicelli,  è stata un’esperienza straordinaria hanno dato tanto al nostro cinema, hanno arricchito la nostra cultura. Ho girato dei film come attore con  Lizzani, Montaldo , Scola, ma nessuno di loro mi ha mai condizionato, il mio cinema lo ritengo personale, considerando che nessuno può inventare nulla, tutto è già stato fatto, bisogna solo “assemblare”  in maniera originale, personale appunto.

8)      “La scomparsa di Patò” ha raggiunto un successo planetario. Quale è il tuo prossimo obiettivo?

La scomparsa di Patò è stata ed è ancora, perché non è finita, un’esperienza singolare. Girare un film ambientato nel 1890 mi ha fatto capire il nostro passato ciò mi ha aiutato a comprendere la vita che stiamo vivendo oggi. Purtroppo nulla è cambiato. Mi sono reso conto che in 100 anni la tecnologia ha avuto un’ incredibile accelerazione , mentre l’uomo è regredito. Non guardo mai se un mio film o spettacolo ha successo, ovviamente sono contento che sta girando il mondo, ne sono consapevole, ma non mi adagio mai sugli “allori”, ricomincio una nuova avventura. Ora vado a fare un’opera lirica a Genova “Cavalleria rusticana” di Mascagni e “Che fine ha fatto la piccola Irene?” scritta da me. Per il cinema sto mettendo in piedi un film ambientato nell’ultima guerra 1945, sono attratto o preferisco raccontare e parlare del nostro passato per recuperare la memoria storica. Ma il film è anche una bellissima storia d’amore e la guerra è lo sfondo scenografico.

9)      Hai mai pensato all’Oscar?

I premi fanno piacere a tutti, inutile negarlo, sarei falso se dicessi che non me ne frega nulla, ma principalmente si realizza o almeno io realizzo un film perché sento di dover raccontare quella storia come piace a me, il resto è tutto in più ed è il benvenuto compreso i premi. Riguardo all’Oscar l’ho sfiorato in un momento particolare della mia vita. Avevo fatto con altri due registi un film a episodio sulla tossicodipendenza. Tre episodi di questo film la Rai, che era produttrice, li mandò al festival di Montreal. Vincemmo, l’Italia vinse con noi, tre registi trentenni con tre episodi che intitolammo “Overdose”. Il film andò a Los Angeles e fu in lizza per la nomination. Io fui ricoverato in ospedale, la mia vita era in serio pericolo, pensai che era finita, avevo 33 anni. Il film continuava a vincere nel mondo, ma a me non importava più nulla, pensavo solo che stavo arrivando al capolinea. Uscii dall’ospedale dopo mesi, ma ero demotivato. Ci fu la serata dell’oscar, ovviamente io non andai. Non vincemmo, vinse il film che avevamo battuto a Montreal. Mia figlia Alessandra, che oggi fa l’attrice, si mise a piangere. Le dissi che non era importante,  i premi erano solo una cosa in più del nostro lavoro, ma non la parte importante.

10)   Che rapporto hai con tuo suocero, il famoso scrittore Andrea Camilleri?

Andrea per me è stato ed è una persona fondamentale, mi ha aperto il terzo occhio, quello della mente. Qualsiasi cosa faccio ne parlo con lui , è un punto di riferimento, è il mio maestro. Purtroppo oggi non ce ne sono più di maestri e quando mi sento chiamare maestro, sempre più spesso, mi illudo di esserlo veramente  e quindi di poter servire alle nuove generazioni. Mi lusinga sentire i compagni di lavoro di mia figlia che vogliono lavorare con me chiedendomi di insegnargli i trucchi del mestiere.

11)   In tre aggettivi: l’Italia di ieri.

L’Italia del dopoguerra rinasceva dalle macerie, si è riscattata con la volontà e l’orgoglio, ha pensato di dare una vita migliore ai proprio figli.

12)   In tre aggettivi: l’Italia di oggi.

L’Italia di oggi è sotto le macerie e non è in grado di dare un futuro ai propri figli.

13)   In tre aggettivi: il teatro.

Il teatro è indispensabile e l’uomo non può farne a meno perché è il laboratorio in cui l’uomo sperimenta, senza la sperimentazione l’uomo non ha futuro, muore.

14)   In tre aggettivi: il cinema.

Altra forma di racconto, ci fa evadere,  riflettere,  emozionarci, ci aggrega. Ma è soprattutto  la magia in cui i personaggi vivono attraverso un fascio di luce.

15)   In tre aggettivi: Rocco Mortelliti.

Non lo conosco ancora bene, deve fare esperienze. Ne parleremo più in là.


6 risposte a "Intervista esclusiva al regista Rocco Mortelliti"

  1. La scomparsa di Patò è stato presentato due anni fa al Festival di Roma e finalmente arriva al cinema. Dico finalmente perché si tratta di un bellissimo film. Siamo a Vigata nel 1890, il ragioniere Antonio Patò durante la rappresentazione del Mortorio in cui interpreta la parte di Giuda, scompare misteriosamente. Allertati dalla moglie, si mettono sulle sue tracce il Maresciallo Giummaro (Nino Frassica) e il delegato Bellavia (Maurizio Casagrande) dando vita ad un indagine molto più complessa del previsto. Un viaggio nell’Italia che fu, tra cantanti d’opera, direttori di banca, scartoffie burocratiche, mafiosi e capi mafia, il tutto attraverso uno sguardo ironico e pungente. Il regista Mortelliti riesce perfettamente a trasporre sul grande schermo atmosfere e linguaggi camilleriani restituendoci una Vigata specchio inquietante dell’Italia di oggi. Ottimi gli interpreti così come scenografie e costumi che rendono la ricostruzione impeccabile.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.