La vita di Adele

la vita di adele

 

Sono uscita dal cinema con un senso di confusione. Devo dire la verità. Non ho capito subito il perché di certe scene dal gusto altamente esplicito, come ad esempio quelle dei loro incontri fisici.

La prima impressione è stata: questa storia nelle mani di un regista più capace sarebbe stata un capolavoro di film.

Il film infatti non è un capolavoro.

Eppure sono qui a scrivere la mia recensione. Perché?

Perché effettivamente “la vita non è un film ma questo film è la vita”.

Verissimo.

Il rapporto tra Adele e Emma è quello che succede nel 95% delle coppie omo e non.

Due mondi diversi. Due età diverse. Due visioni diversi. Due psicologie diverse. Ma non opposte. Non in contrasto. Semplicemente diverse. E alla fine, troppo.

Emma un’artista ambiziosa, che pretende dalla vita, che ha fatto della sua sessualità una scelta. Che esercita il libero arbitrio in modo naturale, senza senso di colpa, senza esigenza di ribellione. Lei è così. Punto. Ha i capelli blu perché è già libera. Ama Sartre. Ma senza vanto. Non deve fuggire da nessuna regola familiare: la madre risposata le fa trovare le ostriche.

Adele, una ragazza del ceto medio, molto bella, che mangia di tutto tranne i molluschi. Non ha altra ambizione che un posto sicuro da maestra. Quando diventa maestra esercita il suo lavoro con dedizione, con passione e zelo. Una ragazza che vive nello standard e che proprio in questo standard avverte il senso di liberazione che conduce all’aspetto curioso e per lei trasgressivo dell’omosessualità.

Non è una scelta per Adele, continuamente in bilico tra uomini e donne. No. Adele è semplicemente attratta dalla libertà del capello blu.

E Emma è attratta dalla bellezza semplice di Adele.

Un amore estetico: l’artista che cerca ineluttabilmente il bello, la musa che ritrova nell’artista la sua fuga dallo standard.

E sembra sbocciare un amore. Ma è un amore che è di fondo un’illusione. Manca. Manca qualcosa in Adele che cucina per gli amici intellettuali di Emma. Manca qualcosa in Emma che si preoccupa solamente della buona riuscita delle sue mostre. Manca qualcosa in quel disperato chiedere: “ma perché non ti realizzi?”

E nella sua risposta, struggente e significativa, semplice, come tutte le donne innamorate: “io sono realizzata con te”

Una risposta che Emma non capisce, che quasi non sopporta.

E poi… i feeling con i rivali. Da una parte Emma con la pittrice incinta. E dall’altra Adele che flirtra sempre con uomini.

E il tradimento. Ovviamente. Un tradimento consumato per ripicca.

Classico. Come tutte le donne innamorate.

La rottura e la fine di un rapporto che non ricomincerà mai. E non ricomincia proprio perché è un rapporto basato non sulle affinità elettive, non sull’intelletto, non sull’anima, ma semplicemente sulla carne: l’artista e la sua musa.

E ritrovarsi infine musa. Musa di una donna che continua ad avere successo nella professione di pittrice e nella vita sentimentale.

E quel “tu ci sei sempre” detto dalla rivale, dalla donna che ha conquistato Emma perché affine, anche se a letto: “non è la stessa cosa”.

E poi… capire d’un colpo, di essere in un ambiente che non è il suo, in un mondo che non è il suo. E di essere capitata lì. sulla tela, e tra i cocktail di storici dell’arte e galleristi solo perché è bella.  La distanza dell’abisso che avvolge e separa Adele e Emma: la musa e l’artista.

Un film di estetica che racchiude il senso di ogni amore carnale. La fugacità e l’illusione di profondità che poi la vita non ti rende.

E infatti…

 

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