Luigi Moretti: l’ultimo progetto per il Gran Teatro E42 all’Esposizione Universale

morettibis 14

di Carla Fiorini

Opera: Gran Teatro E42 – Roma, EUR; compreso nel bando di concorso generale sulla sistemazione della Piazza Imperiale per l’Esposizione Universale Committente: Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma. 1938 Anno: 1939-42 Caratteristiche: • ampiezza 70 x 150 m.; • altezza 60 m. ca.; • capacità: da 4000 posti, richiesti nel bando di concorso, a 6000 nel corso della elaborazione progettuale Oggetto: tavola completa (disegno autografo), pianta, sezione, schizzo prospettico e assonometrico, note manoscritte. Scala: 1:400 Tecnica: china su carta; disegno seppia su cartoncino Dimensioni: 50,5 x 7,05 cm

Luigi Moretti è un architetto romano emblema dell’era contemporanea, figura di elevato spicco, molto vicino al regime fascista durante il Ventennio. La sua vena artistica, creativa e compositiva lo mette in una posizione privilegiata rispetto ad altri architetti del suo tempo. Difficile è dare un’etichetta – per ragioni di studio – al suo operato. Egli appare sempre legato ad un’ideologia forte che risplende e si rispecchia a pieno nelle suo opere architettoniche, non solo per quanto riguarda quelle edificate, ma anche per quelle rimaste soltanto allo stadio di ‘progetto’. A far chiarezza su ciò è il fatto che egli, in anni successivi all’epoca fascista, non rinnegò mai la sua architettura[1]: ciò fa riflettere circa la sua ideologia e il profondo radicamento che  questa aveva nella sua coscienza. Yvon de Bagnac racconta di incontri mattutini tra l’architetto e il Duce nei Fori Imperiali; il fatto che Moretti non sia presente nell’elenco ufficiale degli  architetti ricevuti da Benito Mussolini a Palazzo Venezia è un chiaro segnale di quanto egli fosse più vicino e più intimo alla figura del Duce rispetto ad altri[2]. Egli partecipa vivamente al fervore di quegli anni e si adopera affinché si possa realizzare una ‘nuova’ Roma ‘liberando’ quelli che erano stati i grandi fondamenti della Roma Antica. Alla base di questa ricerca che conduce Roma ad avere un nuovo volto risiede il valore dello stile di questi anni: egli vuole rappresentare con il suo creato la nuova Roma e la “civiltà fascista”[3]. Bandito, nel settembre 1937, il concorso per la Piazza Imperiale, egli vi partecipa con grande entusiasmo: scriverà infatti ad Oppo di non aver voluto partecipare al concorso per il Palazzo dei Congressi e dei Ricevimenti[4], evidentemente la sua priorità era completamente rivolta al concorso della piazza. Non è un caso che tale progetto nel suo curriculum vitae venga indicato come “Piazzale Monumentale al Foro Italico”[5]: non soltanto la mera progettazione di un edificio, quello che qui si richiedeva era la definizione di uno spazio urbano che comprendesse più strutture e servizi, il punto centrale dell’Esposizione Universale lungo la Via Imperiale – principale arteria di accesso al quartiere. Nell’Esposizione Universale prevista per l’anno 1941 e poi slittata al ’42 si celebra la marcia su Roma:

il ruolo affidato all’architettura nella rappresentazione del fascismo passa da un’immagine intenta a rappresentare la modernità del regime nel richiamo alla romanità ad un’immagine capace di mostrare al mondo intero lo stile definitivo della potenza imperiale […]: quello dell’anno XX dell’Era Fascista, lo stile E42. […] criteri di monumentalità e grandiosità[6].

Il suo è un ‘progetto’ di maestosa ambizione. L’architetto è incaricato nel ’38 della realizzazione della piazza insieme a Fariello, Muratori e Quaroni, mentre l’incarico per la realizzazione del Gran Teatro spetta unicamente a lui. Moretti interpreta in modo originale alcune ideologie fasciste[7], ma quale è veramente la sua ideologia per il Gran Teatro? L’architetto romano si interessa ai risvolti della società: in mente ha il pensiero della crisi e ‘disagio’ per lui non implica né un ritorno forzato all’età dell’oro né il rifiuto della modernità. Quest’ultima non va combattuta, è l’uomo che va cambiato e dotato di categorie spirituali consone alla complessa realtà del mondo[8]. Dunque per Moretti lo Stato Fascista è qualcosa di reale e tangibile: egli dà rilievo ad un “nuovo ordine”. Onnipresente è il mito della romanità, un totalitarismo per i romani della modernità (simbolo di questo suo attaccamento alle radici romane è la sua firma: ALOISIUS MORETTI ROMANUS). Riverbero nella sua architettura: “ideologia del costruire, ideologia del preludio ed esistenza civile. Ideologia del dominio dello spirito sulla materia”[9]. La romanità appare come il senso più alto della civiltà politica e spirituale che trova espressione nell’architettura, alla quale viene chiesto di offrire “spazi sacri”[10] per la propagazione del “pensiero fascista”[11]. Questa breve premessa sugli ideali ‘morettiani’ ci porta a discutere del suo progetto per il Gran Teatro. Moretti nel ’39 firma il contratto e la progettazione va avanti fino al ’42, anno in cui il cantiere verrà chiuso per mancata assegnazione di cemento per poi essere definitivamente sospeso nel ’43 per l’incombere della Seconda Guerra Mondiale[12]. In questi anni Moretti elaborerà molte modifiche al progetto – riconosciute in tre fasi – le quali interesseranno, in modo cospicuo, soprattutto la facciata principale e la sala. Il progetto che interessa questa redazione viene elaborato nel corso del ’39, subito dopo l’assegnazione dell’incarico da parte dell’Ente Autonomo Esposizione Universale, ed è relativo ad una variante di programma. Forse per l’aspetto rappresentativo e decorativo proposto da Moretti viene infatti decisa una più importante destinazione per l’edificio: non più un cinema-teatro per spettacoli di varietà ma un teatro per seimila spettatori, con un moderno palcoscenico in grado di sopperire alla mancanza in città di “teatro del popolo”[13]. Guardando la planimetria del teatro, elaborata nel progetto, è intuibile infatti lo studio relativo alla sala; i rapporti e la suddivisione degli spazi (ognuno dei quali avente una specifica destinazione d’uso). Due schizzi assonometrici (in alto) espongono diverse varianti per la struttura delle scale, una delle quali corrispondente a quella visibile anche nella planimetria e nella prospettiva che è disposta di traverso. Moretti usa tutti gli spazi, riempie infatti i locali sotto la scala, come si può vedere dalle porte. Egli ricerca il giusto spazio architettonico per la sala (e lo fa anche nello studiare la grande scala di entrata, come si evince dalle diverse soluzioni adottate nelle assonometrie). Ciò che gli interessa è la formazione dello spazio: “un edificio deve essere girato – «percorso attorno» – e il suo spazio interno deve essere «percorso attraverso»”[14]. Moretti sviluppa la pianta a partire dall’atrio – grande, spazioso, accogliente – con le biglietterie che si affacciano sulla piazza. Da qui si entra nella zona centrale, dove si predispongono servizi, come guardaroba e bar, e dove sono collocate le scale che portano ai vari livelli delle gradinate e le scale centrali per la platea. Ogni ambiente è predisposto in relazione all’altro. Nell’elaborare la prospettiva (in alto a sinistra) egli pone il punto di osservazione al centro delle due biglietterie, usando il metodo della prospettiva con punto centrale. Al di sotto delle scale trascrive delle note manoscritte relative alla loro sistemazione. La composizione della sezione (in basso) è costituita da due corpi alti: uno è del prospetto principale – verso la piazza – l’altro delinea il prospetto posteriore dei servizi di scena. Qui, tra i due ordini di pilastri, si sviluppano le rampe delle scale a cielo aperto. La sezione indica due livelli; il corpo dell’atrio e della facciata è costituito dal doppio ordine di colonne ed è sovrastante, molto più alto del resto della struttura: una facciata di grande impatto monumentale. Nel corpo posteriore interno del teatro si vedono due livelli di colonnine e un fregio che percorre l’intera parete “come l’Ara Pacis in stucco”[15]. Nell’ideare questa ricca decorazione l’artista torna sugli stilemi romani, in particolare quelli dell’età augustea, pervasi da grande raffinatezza, da un rilievo di figure classiche dalle proporzioni giustamente ponderate, dove egli ravvisa un concetto di perfezione esemplare.
Moretti vuole realizzare un volume puro, che si relazioni bene alle strutture vicine, e così ricerca il modo di modulare gli spazi per non essere monotono. Pubblica nella sua rivista «SPAZIO» una serie di approfondimenti (corredati da calcoli matematici) su esperimenti parametrici;e nelle pubblicazioni implica anche dei plastici proprio per ragionare in modo concreto sullo spazio. Egli, attraverso tali ricerche, vuole riuscire a progettare la migliore forma per la sala del teatro (che risulta essere infine a gradinate). Sempre al 1939 risalgono alcuni studi inerenti gli ordini greci antichi, utili alla determinazione delle colonne per la facciata. Pur adattandosi alla direttive del regime, nel realizzare lo stile dorico egli non rinuncia ad indagare nuove forme, ispirandosi alla sequenza “portico – sala di passaggio – sala del Pantheon”[16].
La sequenza delle soluzioni proposte nel tempo da Moretti fino al definitivo (che, è bene ricordare, interessa sia la piazza che il teatro in relazione fra di loro) costituisce un passaggio decisivo, secondo Lambertucci, nella sua architettura. Questa si trasporta dai modi energici ed autonomi delle opere riferite espressamente al periodo fascista d’anteguerra a quei progetti più ambigui delle architetture del dopoguerra, pervasi da un approccio più “organico”[17]. Per Moretti l’architettura è prima di tutto un esercizio di linguaggio: già dalle prime realizzazioni egli apporta questo suo approccio rispondendo in modo differente alla sua committenza. È proprio grazie a questo approccio diversificato che riesce a dare vita a un edificio che richiama in maniera quasi archeologica il teatro greco antico ma che, allo stesso tempo, appare straordinariamente moderno.

-1 A tal proposito cfr. Cecilia Rostagni, Luigi Moretti. 1907-1973, Milano, Mondadori Electa, 2008, p. 38. –2 Ibidem. -3 Ibidem. -4 Ivi, pp. 270-4. -5 Ivi, p. 38. -6 Ivi, pp. 270-4. -7 Ivi, p. 40. -8 Ibidem. -9 Ivi, p. 41. –10 Ivi, 58. –11 Ibidem. –12 Ivi, pp. 270-4. La costruzione si ferma alla posa in opera dei pali di fondazione, sulle quali, dopo la fine della guerra, si costruirà il Palazzo Italia. –13 Ibidem. –14 Bruno Zevi, Architettura. Concetti di una conto storia, Roma, Edizioni Newton, 1994, pp. 68-69. –15 Nota manoscritta nel disegno da Luigi Moretti. –16 A tal proposito cfr. Cecilia Rostagni, Luigi…, op. Cit., p. 62. –17 A tal proposito cfr. Lambertucci Filippo, Luigi Moretti. Cinema-teatro e piazza Imperiale all’E42, Collana Quaderni di Critica, Roma, Editore Unicopli, 2001, pp. 60-69.

BIBLIOGRAFIA
Cecilia Rostagni, Luigi Moretti. 1907-1973, Milano, Mondadori Electa, 2008.
Bruno Zevi, Architettura. Concetti di una conto storia, Roma, Edizioni Newton, 1994.
Lambertucci Filippo, Luigi Moretti. Cinema-teatro e piazza Imperiale all’E42, Collana Quaderni di Critica, Roma, Editore Unicopli, 2001.
http://www.architettoluigimoretti.it


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