Perché non viviamo più nel Postmoderno

La crisi della società moderna è uno dei primi insegnamenti ricevuti durante gli anni universitari. Un concentrato di informazioni che danno il senso cognitivo e compiuto di un periodo storico. Ad innescare il concetto è lo stretto ed immediato legame con la parola crisi. Se per modernizzazione si intendono i cambiamenti che hanno caratterizzato la storia mondiale dal 1800 in poi, per postmodernismo si intendono i fallimenti propri di questa epoca moderna. Se è vero che l’arte è lo specchio del periodo storico che riverbera, allora il post-moderno nasce e muore riflettendo gli avvenimenti storici del suo tempo.

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Il complesso Pruitt-Igoe.

Si teorizza la sua nascita nel 1972, con la demolizione del complesso di edifici di Pruitt-Igoe di Saint Louis, in perfetto stile lecurbusiano. Il linguaggio architettonico utilizzato era tipico del modernismo: unità piccole sorrette su pilastri, facciata e pianta libera, finestre a nastro. Ideale abitabilità modulare reiterata ai fini sociali; a misura d’uomo, andando a determinare quella che era la “macchina per vivere”, ovvero la città. Le ragioni dell’abbattimento del complesso risiedono entro un nuovo modo di concepire l’abitazione: gli architetti si fanno sociologi e pensano alle condizioni effettive della vita reale. Ciò comporta una contrapposizione alla modernità e dunque agli elementi di mera funzionalità della passata teoria architettonica.

Giustapposizione di stili, citazioni selezionate direttamente dal passato lanciano ogni volta precisi messaggi. Esempio immediato la nuova concezione comunicazionale dell’architettura (teorie di Venturi e Scott Brown sulle realizzazioni di Las Vegas). Non si parla più di pura forma e funzionalismo, componenti imprescindibili della corrente modernista, ma c’è un ritorno all’ornamento. La riconsiderazione dell’estetica diversificata del paesaggio crea disordine e caos nello sviluppo urbano, come in un puzzle da ricostituire “frammentario e sconnesso” (cit. S.Settis). L’importanza storica del postmodernismo è quella di essere nata da un primo impianto architettonico ramificandosi poi in altri contesti artistici. Non a caso si parla di manierismo della nostra epoca.

Il primo ad illuminarci sulla morte del postmodernismo è Alan Kirby in un saggio intitolato The Death of Postmodernism and Beyond (2006), egli formula il nuovo paradigma di un’epoca “pseudo-modernista”. Ma è soltanto nel settembre del 2012 che possiamo pronunciare la parola addio con l’inaugurazione della mostra “Post-moderno: stile e sovversione. 1970-1990” presso il Victoria & Albert Museum di Londra – spostata fino allo scorso giugno presso il MART di Rovereto. Il desiderio di autenticità che da sempre ci avvolge torna a fare capolino nelle nostre vite e con esso i valore dell’etica. Seguendo singolarità, principi, veridicità l’artista è oggi in conflitto con il postmoderismo, aprendo un nuovo paradigma. Ci dirigiamo veramente verso una società in cui lo scultore sappia scolpire, il romanziere scrivere, l’interprete capire la cultura, il traduttore nascondersi?

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