Flaminia: farmaco o veleno?

Flaminia, l’ultima fatica letteraria di Veruska Menna: dodici storie unite dallo stesso destino d’asfalto. Una macabra raccolta e una donna che scrive di vite lasciate a metà. Una scrittrice seduttiva ed empatica che fonde la ritmica del teatro di prosa con la forza del linguaggio contemporaneo: la scrittura diventa più di una vocazione, è sublimazione della realtà attraverso la catarsi della parola.

di Rossana Fiorini 
Nella prospettiva di un difficile lavoro di approvazione del sapere sulla morte, sfogliamo e leggiamo “Flaminia”. Sul cammino che passa attraverso la morte dell’altro apprendiamo successivamente due cose: la perdita e il lutto. Concentrarsi nella lettura di “Flaminia” significa fare un doveroso passo in avanti in segno di rispetto, per raccogliere un messaggio di autenticità dalla morte di tutti quegli altri che non sono dei vicini. Si dispiega la triade del sé, dei più vicini e degli altri. La morte di tutti gli altri cela un insegnamento che né il rapporto di sé a sé, né il rapporto con i più vicini potrebbe donare.
Dodici storie che descrivono il secondo lato dell’esistenza: così come la memoria è anche oblio, la vita è anche morte e pagina dopo pagina, la morte prende forma, si concretizza, diventa corpo, personaggio costante, protagonista. È la morte violenta: è “urlo nero”. Amara la morte ha un suo òikos. “Il mio posto è là dove si trova il mio corpo” e la morte trova riparo lungo la Flaminia.

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Situarsi e spostarsi sono le attività primordiali che fanno del posto qualche cosa da cercare assolutamente e sarebbe devastante non trovarlo. L’inquietante estraneità sorge nelle vittime, che oltre a scomparire, subiscono il sentimento di non essere al loro posto; di non essere al loro posto nel cuore. Tale impulso attanaglia e assilla gettando i defunti nel regno del vuoto. C’è quindi una questione del luogo e lì si consuma la nostra riflessione: è sempre possibile, spesso urgente, muoversi, a rischio di essere noi stessi quel passeggero, quel corridore, quel vagabondo, quell’errante, quel navigatore che la graffiante cultura odierna mette in azione e paralizza. La morte si fa telos nel senso greco della parola: è fine, è termine, è scopo, è compimento, è adempimento, è effettuazione, è risultato finale, è riuscita, è esito, è conseguenza…
È fine per Carmen, piccola e indifesa; tutto termina con lei: cosa può fare ormai sua madre? Con Anna è conseguenza: il marito è disperato e non ha più la sua ancora. È esito per un Professore inetto contro cui una mamma ora non può far altro che brontolare innervosita e severa. È adempimento di un grido con Cristiano. È il risultato finale di una società colpevole con l’indiano o pakistano e apparente riuscita per chi si macchia dell’errore. Ed è ancora esito, riuscita, giusta conseguenza per la coppia strafatta di eroina? Lo scopo di un uomo e una donna che si incontreranno solamente all’appuntamento fatale? È il compimento conclusivo per due vecchietti che hanno camminato insieme fine all’ultimo passo. È termine per il ballerino di tango che in compenso diverrà mito per essere morto giovanissimo?
“Flaminia” è paradosso: parlare della morte per urlare un inno alla vita, una lode alla vita. Strillano infatti i personaggi, i quali rifuggono dal “male di vivere” e desiderano sentire l’essenza vitale al massimo. Alcuni di loro si fanno avvezzi al dolore per spuntarla, scappano dal grigiore perché non vogliono che la vita li attraversi e basta. Mentre essi muoiono, uno dopo l’altro, ci attacchiamo sempre più alla vita e bramiamo che questa ci appartenga il più a lungo possibile.“Sono pazzi, io non mi abituerò mai, non mi voglio abituare, perché solo se non mi abituo mi ricorderò ogni giorno che sono fortunata ad essere viva” .
Nella tenerezza di un ricordo platonico, ritorniamo su alcune pagine, passi, parole di Veruska Menna: Flaminia, farmaco o veleno?

Facebook, Feltrinelli, Rapsodia Edizioni, IBS, Libreria Universitaria,  Amazon,

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